Reviews » X-Men: The Last StandLa super-diversità fa pauraIdentità e conflitto nella saga degli X-menby Francesca PoggiIl tema della diversità non è certo estraneo alle storie di supereroi: potremmo chiamarlo ‘il complesso della Cosa’, dall’omonimo membro dei Fantastici4, Ben Grim, trasformato dai raggi cosmici in un’inguardabile massa antropomorfa. Ne soffrono tutti, chi più chi meno, da Spiderman ai fantastici componenti del succitato quartetto.
Il supereroe è un diverso, sia che porti addosso i segni della sua differenza sia che li celi dietro una maschera: vive quotidianamente il dramma di un’identità divisa, in bilico tra il desiderio di una vita normale e il sentimento di un destino messianico (grandi poteri, grandi responsabilità). Così Superman (in Superman 2 di Richard Lester) si trasforma in un umano per amore di Lois Lane, così Peter Parker vorrebbe dismettere la maschera del ragno (in Spiderman 2 di Sam Raimi), così Ben Grim rinuncerebbe volentieri alla sua forza sovraumana (in Fantastici 4 di Tim Story). Ma la negazione del super ego, chiamiamolo così, ha un costo: è una rinuncia a se stessi che comporta frustrazione ed instabilità emotiva – come in Unbreakable / Il predestinato (di M. Night Shyamalan), ma anche nel disneyano Gli incredibili (di Brad Bird), il supereroe che non può esercitare i suoi poteri (o non sa di averli) è un nevrotico stressato. E alla fine, quasi sempre (forse con la sola eccezione del citato Unbreakable), l’eroe piega la testa al suo destino di salvatore del mondo, accetta il peso della sua missione. Negli X-men questo psicodramma individuale viene elevato ad una dimensione sociale, collettiva: non più un unico cavaliere solitario, ma un’intera parte della popolazione mondiale. Una parte guardata con sospetto e, del resto, non senza ragione. Questi mutanti passano attraverso i muri, fulminano, congelano, bruciano, tagliano, si trasformano in chiunque, controllano le menti altrui. Benché il punto di vista degli umani sia poco approfondito, la diffidenza non sembra affatto infondata: non ha poi torto il senatore Kelly (in X-men 1) a paragonare i mutanti a delle armi. Ciascun mutante vive in proprio il senso della diversità, il pregiudizio, la paura, una scissione identitaria che si riflette anche nel doppio nome, umano e mutante (Logan / Wolverine; Ororo Munroe / Tempesta; Scott Summers /Ciclope, ecc.). A questo dramma individuale si aggiunge quello collettivo: come tutti i gruppi oppressi i mutanti assumono la loro diversità – spesso quella indicata dall’oppressore – quale fattore di identificazione, iniziano a pensarsi come una comunità, solidarizzano. Il ciclo degli X-men si presenta apertamente come una metafora, non certo sottile, delle lotte di tutte le minoranze oppresse, discriminate. Eric Lensherr / Magneto (Ian Mckellen) è del resto un ebreo polacco, scampato ai lager nazisti, che non vuole veder ripetersi il passato: egli rivendica non tanto l’uguaglianza, quanto la superiorità dei mutanti nei confronti di un’umanità che in tutta la sua storia ha prodotto solo odio, violenza e sterminio. Magneto riconosce soltanto l’identità/il nome mutante: “Come ti chiami?” chiede a Piro in X-men 2. E quando questi risponde “John”, Magneto ribatte: “Come ti chiami davvero?” Anche la metamorfica Mystica, che in X-men 3 rifiuta di rispondere al suo “nome da schiava”, ossia al suo nome umano, incarna perfettamente l’orgoglio mutante. “Perché non resti travestita sempre?”, ossia perché non mantieni sempre un aspetto umano, le chiede il deforme Nightcrawler in X-men 2. “Perché non sarebbe giusto” risponde lei. Mystica è quello che è, non se ne vergogna o, almeno, non se ne vergogna più. Forse la scena più commuovente (l’unica scena commuovente) di X-men 3 è proprio quella in cui Mystica perde i suoi poteri, perde la sua identità mutante, l’unica identità che aveva eletto, e Magneto la abbandona: perché Magneto è un “duro e puro”, convinto che la liberazione dei mutanti debba essere realizzata solo da questi e debba condurre alla conquista del potere. Una politica opposta, di integrazione e convivenza pacifica, è, invece, portata avanti dal professor Charles Xavier, uno dei pochi mutanti a possedere solo un nome umano. In X-men 1 la minaccia umana consisteva in un progetto di legge sulla registrazione dei mutanti, in X-men 2 in un politico fanatico deciso a sterminarli, in X-men 3 nell’invenzione della “cura”, un farmaco in grado di sopprimere il gene mutante, considerato, per l’appunto, alla stregua di una patologia. “Da che parte stai?” è il leit motiv dell’ultimo X-men. Dalla parte di quei mutanti che vogliono farsi curare, che vogliono diventare normali, oppure dalla parte di quelli che rifiutano la cura e rifiutano di considerare la mutazione come una malattia? Ma, soprattutto, dalla parte di Magneto, che vuole una radicalizzazione del conflitto e non esita a ricorrere a mezzi terroristici per porre fine alla cura oppure dalla parte di Charles Xavier, che non crede nella lotta violenta e ritiene che la decisione di farsi curare spetti alla libera coscienza di ognuno? Sia detto per inciso, la parte degli umani (la nostra parte) non è minimamente considerata, non perché sia la parte dei cattivi, al contrario: la politica umana resta totalmente nell’ombra, così come il pregiudizio razziale, e, in fin dei conti, viene più volte ribadito che la cura è volontaria. Il conflitto finale, cui ammicca il sottotitolo in italiano, non è quello tra la minoranza oppressa, i mutanti vittime di discriminazioni razziali, e la classe dominante dell’homo sapiens, bensì uno scontro tutto interno al gruppo mutante: il conflitto tra chi vuole la guerra e il dominio del mondo e chi, invece, desidera una convivenza pacifica. Indovinate un po’ chi vince? Gli X men di Xavier si schierano a protezione degli umani, sconfiggono i cattivi di Magneto, con un tranquillizzante lieto fine hollywoodiano. X-men 3, l’unico non diretto da Bryan Singer, è il più deludente della serie: Brett Ratner ha saputo surrettiziamente trasformare una saga di liberazione, in un conflitto tra terroristici fanatici e sostenitori di un’integrazione che si realizza nel finale in stile liberal. Intendiamoci, non che gli episodi precedenti fossero capolavori cinematografici: anche qui gli effetti speciali spadroneggiavano, i dialoghi erano scontatissimi e la psicologia dei personaggi rasentava il ridicolo. Ma, almeno, Singer era riuscito a non soffocare la storia con le scene d’azione. In ogni caso, a Ratner va riconosciuto un indiscutibile merito: quello di aver premiato gli spettatori poco frettolosi, inserendo una scena dopo i titoli di coda. E non è un merito da poco.
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X-Men: The Last Stand, Brett Rattner, 2006 Related articles
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