materiali » EuroplexVideografie di confineUna lettura di genere dei processi di globalizzazioneby Ursula BiemannVolendo condensare in una frase il progetto che, da alcuni anni, sto sviluppando come artista, ricercatrice e videomaker, potrei dire: “Spunti di riflessione su temi di globalizzazione e genere a proposito di migrazione, zone di libero scambio e confini, navigando lungo un’unica ma precaria rotta, attraverso dialoghi critici su transnazionalismo, geografia femminista e mediattivismo”.
In questo articolo, in modo informale, parlerò di questo, attraverso tre dei miei video-progetti, che offrono una visione di genere della globalizzazione. Cercherò di discutere però anche i vari ‘spiazzamenti’ estetici e discorsivi che ho tentato di realizzare in ognuno di essi. Nonostante abbia lavorato sul pensiero critico postcoloniale e in particolare sulla divisione internazionale del lavoro per tanti anni, solo nell’estate del 1998 ho cominciato a usare il video come media artistico, durante un viaggio al confine Messico-Usa. È un area di cui mi sono occupata fin dagli anni ’80, quando ho visitato per la prima volta, al confine, Ciudad Juarez, riportando con me mucchi di fotografie in bianco e nero e qualche filmato in 16 mm sulle condizioni lavorative delle donne messicane nella zona di libero scambio lungo il confine. Nel decennio fra la mia prima e la mia ultima visita molte cose sono cambiate. L’area era mutata con la sottoscrizione del Nafta, il modo in cui noi stessi parliamo del confine è cambiato, ero cambiata io, inoltre, in quanto avevo curato un buon numero di ulteriori progetti, occupandomi di esternalizzazione del lavoro, di genere e di migrazioni. Sono tornata in Messico con una comprensione più globale dei processi di cui intendevo occuparmi, ricerca che ha preso corpo nel video Performing the Border del 1999. L’idea non è stata quella di documentare la realtà di una città di confine, quanto piuttosto di rappresentare insieme, in un modo che lentamente ma con forza le dipanasse, le stratificazioni dei processi globali inscritte in questi luoghi. Mi sono concentrata sulle questioni di genere della divisione internazionale del lavoro e su come questo particolare confine viene strutturato. Uno dei fenomeni più rilevanti era senz’altro l’espansione della prostituzione e altri elementi che indicavano come il confine fosse una regione altamente sessualizzata. Questa constatazione mi ha indotto a seguire il tortuoso percorso fra i processi di produzione e la sessualizzazione del lavoro femminile per un altro progetto video. La tratta delle donne a livello mondiale a scopo di prostituzione è divenuto il soggetto per il video Remote Sensing (2001), seguito poi da Europlex nel 2003, una collaborazione con l’antropologa delle immagini Angela Sanders sul confine ispano-marocchino. Oggi siamo senz’altro coscienti che la maggior parte delle zone di libero scambio istituite in nazioni come Jamaica o Cina sono abitate prevalentemente da donne, preferite rispetto agli uomini specialmente nell’industria tecnologica. Nelle argomentazioni sul lavoro globale, il sesso sembra ancora tagliato fuori dalla discussione. Abbiamo però un quadro incompleto, se non totalmente distorto, accantonando il genere come fattore determinante in questi processi. Sin dall’inizio, l’instaurazione della Free Trade Zone lungo le 3000 miglia di confine Usa-Messico è stata concepita per creare una forza lavoro composta da giovani donne, anche se il governo messicano ha ratificato l’accordo credendo di arginare così l’altissima disoccupazione maschile nella regione (dovuta all’improvvisa cancellazione del programma Brasero, che fino a quella data aveva regolato la mobilità transfrontaliera per i contadini Messicani verso le colture Usa). Dall’istituzione della prima maquiladora, il genere è stato il principale criterio di selezione dell’impiego nelle catene di montaggio nelle zone industriali. Le ragioni sono stata ampiamente discusse: dita piccole e agili eseguono un accurato e veloce lavoro di precisione nell’assemblaggio elettronico; ragazze giovani non hanno alcuna esperienza di vita pubblica e sono quindi meno capaci di organizzarsi in sindacati; le giovani donne possono essere retribuite con salari molto bassi perché considerati un reddito secondario e aggiuntivo nel focolare domestico; e sono generalmente il segmento più vulnerabile della popolazione, con la minore autonomia all’interno della famiglia ma grandi responsabilità verso i suoi membri. I complessi industriali hanno fatto affidamento su questi fattori e sulle strutture patriarcali tipiche delle famiglie della regione, provocando una significativa pressione sulle figlie affinché accettino qualunque condizione lavorativa per portare a casa quello che spesso è l’unico introito, in una famiglia dove padre, zii e fratelli sono disoccupati. Anche se il tasso occupazionale maschile è cresciuto negli ultimi anni, la grande maggioranza della popolazione di Ciudad Juarez è di sesso femminile, con vaste aree deserte dove vivono solo donne. Le ragazze adolescenti e le giovani donne si sono trasferite in queste grandi aree al margine della città per tirar su una baracca direttamente sulla sabbia del deserto, in quanto non esiste alcuna possibilità di alloggio disponibile per i lavoratori. Costruiscono le proprie case con residui di legno e cartone provenienti dalle loro fabbriche. In queste aree si sta formando un diverso tipo di società, che non funziona secondo le ordinarie regole sociali che conosciamo, e di cui possiamo solo immaginare i futuri sviluppi. Il rovesciamento degli schemi del reddito, si accompa a grandi cambiamenti nel campo delle relazioni di genere e di altre caratteristiche sociali. Inoltre c’è un altro versante del discorso legato al genere e alla zona di libero scambio. Attività di prostituzione su larga scala sono sorte attorno alle Free Trade Zone di tutto il mondo. Potremmo spiegare ciò semplicemente assumendo che dovunque si produce ricchezza, ci sarà sempre prostituzione. Ma in Performing the border provo a cercare in un’altra direzione. Il fatto che le donne non guadagnino abbastanza, lavorando a tempo pieno nelle maquiladoras, costringe molte di loro durante i weekend a procurarsi un’entrata ulteriore, attraverso la prostituzione. Lo si potrebbe chiamere semplicemente sfruttamento della prostituzione, ma si tratta qui di un elemento economico, poiché le multinazionali beneficiano direttamente della manodopera a basso costo, rendendo le donne dipendenti dall’immissione sul mercato dei propri corpi. La compenetrazione del mercato industriale e sessuale non è un interessante effetto collaterale, è un aspetto strutturale del capitalismo globale. Una delle più sconvolgenti, e forse la più allarmante, delle esperienze che ho assimilato lungo il confine è che il lavoro internazionale nel Sud non è solo femminilizzato ma anche sessualizzato. Le lavoratrici sono letteralmente coinvolte nella loro sessualità. Per molte donne, questo è l’inizio di una lunga e altalenante negoziazione che ha per fine la propria sopravvivenza. Non si afferra quindi il problema al di fuori di questi intrecci fra sessuale ed economico, che hanno reso oggi l’emigrazione non solo femminilizzata, cioè con una quota sempre crescente di migranti costituita da donne, ma sessualizzata, cioè con la scelta di queste donne in virtù della loro sessualità. Talvolta, come artista o videomaker, è una buona idea rovesciare le domande, guardando a un’immagine o a un luogo, e provare a interpretare da lì piuttosto che applicare una conoscenza già strutturata. È stato utile per questo luogo così complicato, poiché il confine, quello Usa-Messico in particolare, non è solo una manifestazione materiale, ma rappresenta anche una metafora per una serie di divisioni e differenziazioni fondamentali nell’autocoscienza del soggetto. E in tutta questa espansione globale, le definizioni di cosa ci costituisce e ci delinea sono più che mai fondamentali. Proprio sul confine, però, queste definizioni mutano ed entrano in crisi. Il confine può essere letto come una metafora dell’artificiale divisione fra produzione e riproduzione, fra l’apparato meccanico e quello organico, fra il corpo naturale e quello collettivo, fra il sessuale e l’economico, fra mascolinità e femminilità. Tutti questi concetti si stanno in qualche modo trasformando. Attraverso l’attualizzazione continua di queste distinzioni un confine come questo si materializza e si rafforza. Da una prospettiva teorica e attraverso la produzione simbolica, questa visione del confine, col suo significato psico-sociale più profondo, spiega il genere come categoria divisoria da un punto di vista radicalmente nuovo. Oggi la domanda fondamentale è: come possiamo rappresentare i processi economici che sono per la più parte invisibili e astratti, ora che non ci sono più imponenti fabbriche o processi meccanizzati da documentare? Come si rappresentano la comunicazione elettronica o il capitale finanziario? Si può citare una frase da Remote Sensing, in cui cerco di fare i conti col fatto che le stagnanti economie locali non generano abbastanza crescita ma necessitano di espansione e movimento constanti. Le economie di confine hanno bisogno che i corpi si spostino attraversandoli, per produrre un surplus: corpi ‘stagnanti’ non producono più alcun tipo di crescita. Il flusso di capitale in una direzione è intrinsecamente legato a quello delle persone nell’altra. E se le operazioni finanziarie sono così strettamente connesse agli spostamenti delle persone, ma quasi sempre orientate all’opposto, è plausibile che non si debbano separare questi due temi; certo non nella rappresentazione. Credo in fin dei conti che le donne migranti possano trarre un beneficio dall’associazione dei loro movimenti con certe immagini ‘avanzate’ di tecnologia, mobilità e operazioni astratte. Le migrazioni sono sempre state associate con il movimento dei corpi. Nelle raffigurazioni, ad esempio qui in Europa, le donne migranti sono spesso rappresentate in contesti legati al bisogno, alla povertà, alla mancanza di aiuti, posizionate in retoriche umanitarie e sviluppiste o in scenari di sfruttamento. Sono un po’ stanca di immagini di donne riprese dentro a miseri centri profughi o che trasportano grossi fagotti sulla schiena. A parte il fatto che, per poter essere dove sono ora, molte di loro usano le stesse tecnologie avanzatissime di trasporto e comunicazione che usano manager e uomini d’affari, dobbiamo ammettere che questi corpi femminili in movimento sono diventati il veicolo per la crescita economica dei loro paesi. Intere economie nazionali dipendono dalle rimesse delle lavoratrici domestiche e dalle lavoratrici del sesso. Remote Sensing si concentra sulla tratta delle donne per la prostituzione, una delle più estreme forme di sottomissione e sfruttamento, che però ho anche visto come grande opportunità per scoprire una gamma di immagini differenti di corpi femminili in movimento. Sto tracciando le rotte delle donne nel flusso globale di informazione e capitale, poiché vedo la necessità di trovare nuove immagini delle donne emigranti. Nello stesso tempo, non è il caso di produrre immagini positive e felici di donne senza approfondire realmente le loro condizioni. Espandere lo spazio nel quale scriviamo il femminile e il modo in cui immaginiamo culturalmente la femminilità, e collocarlo nella zona grigia, nelle aree di confine della negoziazione, è ciò che sto cercando di fare con questo nuovo video. Il mio lavoro si concentra non solo sulla produzione delle nuove geografie globali del genere ma anche sulla creazione di varie controgeografie. In Performing the border, non solo mostro la tragedia delle zone di confine ma anche alcune delle sue (forse sorprendenti) opportunità. Ho intervistato inoltre attiviste e critiche che stanno lavorando per cambiare le condizioni del lavoro femminile. Remote Sensing guarda analogamente ai problemi e alle possibilità della tecnologia per le contemporanee differenze di genere e sessualità. Da un lato, Internet consente un enorme movimento globale nel cosiddetto mercato delle ‘promesse spose’; dall’altro ha permesso la sperimentazione di nuove identità e desideri. Controgeografia significa così riconoscere l’attività e la resistenza dove tutto sembrava già delineato e manovrato da potenti burattinai. Attraverso il lavoro svolto in questi luoghi, particolarmente investiti dagli effetti della globalizzazione, sono diventata una specie di geografa. Negli ultimi anni ho decisamente spostato la mia attenzione dalla rappresentazione del genere e della etnicità – miei primi soggetti di studio – verso la questione di come l’identità viene performata, come opera, come si inscrive nel tessuto sociale e materiale, quello urbano in particolare, e come queste geografie plasmano, a loro volta, le soggettività che le abitano. Spazio e luoghi sono diventati importanti, non solo nella discussione del genere, in quanto permettono di articolare le relazioni fra soggetto, appartenenza, limiti, trasgressioni e luogo. Si potrebbe dire che ho spostato il mio interesse dalla preoccupazione per l’identità connessa a un corpo con una storia, al corpo in movimento, migrante, con un genere e una geografia. È uno spostamento radicale. Nel mio lavoro, apro uno spazio inesplorato. Le aree di confine sono difficilmente mappabili, in quanto si trovano fra due sistemi nazionali e non sono riconosciute come territori a se stanti, con un proprio diritto che non opera in accordo ad alcuno dei due ordinamenti nazionali, ma in base a un terzo tipo di principio che emerge dalla negoziazione fra gli altri due. Questa è esattamente una controgeografia. Di tutti i video, Remote Sensing sta forse divenendo il più esplicito nella focalizzazione di queste zone grigie, le aree di mezzo. Il titolo del video suona piuttosto tecnico. Si riferisce alle tecnologie di visualizzazione e ad altri sistemi di informazione geografica sviluppati per esaminare la topografia, per rappresentare e interpretare la Terra nel modo più accurato. Possiamo pensarle come nuovi metodi tendenzialmente maggioritari di “lettura” della Terra e di costruzione del significato delle sue geografie. L’intero video è uno sforzo per scrivere controgeografie in queste rappresentazioni digitali e scientifiche del pianeta. Il genere è una delle categorie che notoriamente sfuggono ai sistemi valutativi. Queste tecnologie nascondono il significato di genere dei dati che producono. Quello che bisogna fare, quindi, è infondere nelle immagini tecnologiche le specificità umane, con le interpretazioni soggettive, le ambiguità personali, introdurvi le economie illecite e altri circuiti di sopravvivenza sviluppati all’esterno e dentro le crepe di quella che viene definita economia globale. Remote Sensing entra in questi spazi interessanti che mantengono un grande potenziale di sovversione. Ho girovagato su internet in cerca di tutte le possibili rappresentazioni digitali delle aree che ho visitato durante le riprese di Remote Sensing, principalmente il Sud-est Asiatico e l’Europa dell’Est. Uso un gran numero di immagini satellitari nel video, incluso immagini che ho scaricato direttamente dal sito della Nasa. Con strumenti di editing digitale si possono ruotare le immagini satellitari e ingrandirle gradualmente in modo da simulare un movimento a spirale della telecamera, dall’orbita fino alla Terra, con lo zoom sulle aree più complesse dove si svolgono i traffici: le reti semi-invisibili di trasporto, mediazioni, provvigioni e bustarelle, dei circuiti di lavoro femminile illegale, transazioni di confine e mercati offshore. La superficie del video si frantuma in molteplici sfaccettature in cui turbinanti immagini satellitari, animazioni delle previsioni del tempo, fugaci panorami del Mekong e donne delle Ong che parlano, coabitano tutte nello stesso spazio. Si può dire che mi sia messa a leggere parecchia geografia femminista di recente, ma per il concetto di controgeografia mi sono ispirata principalmente agli scritti di Saskia Sassen sulle economie fantasma e i circuiti di confine del reddito, nei quali le donne sono diventate protagoniste (Countergeographies of Globalisation: The Feminisation of Survival, basato sul più vasto e pluriennale progetto dell’autrice sul "Governance and Accountability in the Global Economy"). La zona grigia con cui apro in Remote Sensing è lo spazio discorsivo compreso fra “l’essere costrette” alla prostituzione, che è la definizione più rigida di traffico, e lo “scegliere” di migrare nella prostituzione per mancanza di una migliore opportunità. Dal punto di vista dei diritti umani, fra i due fenomeni c’è una differenza decisiva su cui bisogna insistere per un intervento a livello legislativo. Per un artista, comunque, il cui scopo principale non è tanto quello di cambiare il mondo, ma quello di cambiare il modo di parlare che viene usato a proposito di quel mondo, tali distinzioni sono ridondanti e artificiali, visto che le pressioni culturali, le obbligazioni sociali e le necessità economiche che spingono le donne verso la prostituzione non sono meno impellenti. Voglio studiare con cura le zone cuscinetto poiché è lì che si situa la complessità delle nostre vite. Non voglio dire che non ci sia alcuna forzatura o inganno. Neppure voglio provare ad addolcire la sofferenza di queste vite. Ma dalle conversazioni con le donne inserite nel mercato del sesso mi accorgo che soffrono dello stigma impresso dalla prostituzione almeno tanto quanto il lavoro in sé. Distanziandomi dalle visioni di schiavitù, immobilità o deportazione, ho optato per immagini raffiguranti donne che si spostano da una parte all’altra, che attraversano attivamente le strutture geografiche. In Remote Sensing le donne migranti appaiono come piccoli ritratti a raggi X che si muovono attraverso paesaggi a tinte blu mentre verdi mappe elettroniche tracciano i loro percorsi da una parte all’altra del globo, da Lagos a Monaco, da Mosca a Tel Aviv, dal Salvador alla California, dalla Tailandia a Parigi. Queste immagini mi parlano della migrazione nell’era delle immagini digitali. Non c’è alcun dubbio che le tecnologie siano sviluppate per l’intensificazione del controllo sui flussi migratori e le attività al confine. Lungo il confine meridionale dell’Europa, fra Spagna e Marocco, è stato cambiato l’intero sistema di sorveglianza, dalla tecnologia al radar a quella basata su satelliti, elicotteri permanentemente in pattuglia e sensori di calore. Ma allo stesso tempo le nuove tecnologie facilitano e incrementano le opportunità di migrazione. Si è parlato di mercato virtuale delle mogli, che è enormemente cresciuto da quando si è diffuso l’uso di Internet. Le donne non devono più viaggiare verso l’Ovest nella speranza di trovare un marito entro i tre mesi concessi dal visto turistico. La migrazione è resa più semplice dall’uso dell’e-mail, che permette di costruire una relazione che porterà al fidanzamento e al conseguente invito nell’Ovest. La comunicazione elettronica è stata rapidamente scoperta come uno strumento per costruire relazioni romantiche e erotiche. Ma mentre in molti nel mondo occidentale trovano divertente e scherzosa l’attività di seduzione on-line, molte donne che abitano nei paesi dalle economie più deboli colgono l’occasione e si rivolgono al maschio bianco come a un modo di uscire dalla povertà. Nei loro messaggi, il desiderio romantico si intreccia a quello della sopravvivenza. Non sorprende che Internet faccia leva su questa gamma di motivazioni. Allo stesso modo in Performing the Border c’è un fattore di imprevedibilità, una svolta che non era pianificata. Le corporazioni transnazionali impiegavano giovani donne perché queste sono le più docili e le più facili da sfruttare. Ma oggi, in Juarez, i mutamenti nel potere di contrattazione delle giovani donne è lampante. Nelle sale da ballo, l’intrattenimento è rivolto a soddisfare principalmente una clientela femminile con strip maschili e gare di ballo fra uomini, dove le donne applaudono apprezzando il sex-appeal degli uomini. Le canzoni sono dedicate alle ragazze di Torreon o Durango, da cui proviene la maggioranza delle lavoratrici delle maquiladoras. I testi fanno spesso riferimento ai desideri sessuali femminili, e l’intera macchina del divertimento è adattata ai loro desideri. Il mutamento nello schema del reddito ha dato più potere alle donne nelle relazioni personali. È stata accettata l’aperta manifestazione dei loro desideri sessuali e il loro soddisfacimento è più redditizio di quelli tradizionali, ad esempio metter su un ambiente domestico attraverso i più tradizionali percorsi emozionali e riproduttivi. Le immagini di donne che ballano sono colorate di blu, come ad aprire uno spazio visuale diverso, non meramente definito da circostanze materiali ma dal mondo emozionale e immaginativo delle donne che vogliono gestire i propri corpi e la propria sessualità. Queste immagini servono a localizzare e personificare le astratte e incorporee, nonché completamente invisibili, operazioni economiche. È diventato sempre più difficile produrre questo tipo di video, poiché le industrie di assemblaggio proibiscono l’ingresso di qualsiasi cinepresa. Alcuni videomaker californiani mi hanno detto di aver rinunciato a fare film sulle maquiladoras, perché non c’è più alcuna possibilità di entrare. La semplice rinuncia non può però essere la soluzione. Dobbiamo trovare il modo di rappresentare ugualmente tutto ciò trovando informazioni su internet, intervistando i lavoratori, copiando e commentando le notizie, rubando immagini e costruendo qualcosa che sia in grado nell’insieme di spiegare la situazione, che non è in ogni caso prevalentemente materiale. Penso alla controgeografia anche come un’azione di ricontestualizzazione di discorsi più costruiti e di fare informazione in modo più connesso. I miei video sono spesso scambiati per documentari a causa delle tante testimonianze che uso, ma io li considero piuttosto come saggi. Sono esplicitamente soggettivi nel loro approccio (per esempio parlano solo le donne) altamente teorici e in movimento avanti e indietro fra i vari livelli discorsivi dell’esperienza vissuta, dell’informazione cercata, delle associazioni personali e delle speculazioni teoriche. Spesso, proprio quando pensavi di avere un documento fra le mani, ti rendi conto che la narrazione non corrisponde all’immagine. Non sono in cerca di realismo, sono interessata al contrario alla generazione di un prodotto totalmente artificiale. Praticamente tutto il video è privo del suo audio originale, niente musica messicana, niente motori diesel. È un’area sintetica che per essere esperita ha bisogno dell’elaborazione e della sovrapposizione di immagini e di suoni elettronici. In fin dei conti questi mezzi sono implementati come strumenti critici per separare l’immagine dal loro significato e per portare lo stile dalla trasparenza documentaria alla riflessione critica. Questo differenzia il mio approccio estetico, per esempio, da quello di un’attivista video in una manifestazione antiglobalizzazione. Nella produzione video si affronta una gamma di problemi diversi, sui temi di genere e globalizzazione, rispetto a un approccio militante. La prima questione che emerge è: come può un video, più che opporsi al capitalismo e affermare identità sessuali rigide, riflettere e produrre l’espansione dello spazio reale nel quale scriviamo e parliamo del femminile? Bisogna approfondire l’interazione fra la riduzione del femminile in simboli e la realtà economica e materiale delle donne. Io collocherei il mio lavoro di videomaker in questa zona. Anche se il video, in quanto medium, è di grande utilità per la militanza, non vedo il suo scopo principale nel realizzare un mutamento sociale, né lo ridurrei solo a un contributo, parte di un discorso in atto. Ne vedo piuttosto le potenzialità in uno spazio intermedio, come un buon mezzo per intervenire nella pratica performativa della rappresentazione. I miei video affrontano argomenti tipicamente associati con la pratica del documentario – argomenti sui quali le femministe hanno articolato posizioni chiare nei decenni scorsi – per aprire spazi di riflessione attraverso associazioni inusuali e giustapposizioni che sfidano le tipiche spiegazioni causali o la semplice affermazione dei fatti. Il processo dall’immaginario alla rappresentazione non è semplice né lineare. Come documentarlo? Non credo sia possibile. Si può invece rappresentarlo performativamente. In Remote Sensing, affronto l’intersezione fra tecnologia e genere nell’era della globalizzazione e il modo in cui la tecnologia diviene indispensabile al commercio globale di corpi femminili. Internet facilita il flusso migratorio, particolarmente attraverso il ‘mercato delle spose’ e il turismo sessuale, mentre il rafforzamento delle tecnologie di controllo del confine, d’altro canto, ostacola e spinge la migrazione femminile verso l’illegalità. Le politiche europee dei visti sono abbastanza esplicite nell’incanalare le donne migranti direttamente verso l’industria del sesso, senza dar loro alcuna possibilità di inserirsi in un diverso mercato. Le tecnologie di ghettizzazione e controllo incidono sempre sulle donne e la loro sessualità, in particolare su quelle economicamente svantaggiate, poiché gli attori potenti come gli Stati, i complessi scientifici, le istituzioni militari, tendono a creare una sessualità che eroticizza le gerarchie. L’effetto della tecnologia è profondamente contraddittorio e tale, nei video, è l’uso che faccio delle tecnologie in relazione al genere e alle migrazioni. Per questo sono sempre particolarmente interessata alle tecniche ottiche e visive, poiché questo è il campo di intervento della mia arte. Le astratte registrazioni digitali prodotte dai satelliti in orbita influenzano il modo in cui immaginiamo la terra e in cui la colleghiamo alla sua popolazione. Attraverso questa lente, il mondo è percepito come a portata di mano, controllabile e semplice da classificare. Quello che suggerisco in Remote Sensing è che le visioni satellitari della globalità stanno producendo un’economia sessualizzata in cui è divenuto plausibile riorganizzare geograficamente le donne su scala globale. Queste immagini non documentano semplicemente una situazione data, la costituiscono attivamente. Criticando le immagini tecnologiche e le relative categorie binarie ed escludenti di interpretazione, uso al tempo stesso proprio queste immagini per intensificare la rappresentazione dell’emigrazione femminile e portarla in quest’era di linguaggio visuale. Contestualizzando i loro movimenti nell’ambito discorsivo legato alla tecnologia spaziale degli strumenti ottici più sofisticati, significa associarli naturalmente all’idea di progresso. Passiamo ora a Europlex, un video di 20 minuti sul confine Ispano-marocchino, realizzato insieme a Angela Sanders. Come per il confine Messicano, non si può pensare semplicemente ad una linea, ma piuttosto a un corridoio culturale, una terra di confine, come le chiama Anzaldua. Cogliendo il confine come un posto che connette sistemi locali e transnazionali, diviene chiaro anche perché sono in corso processi di concentrazione estrema a ogni livello. L’incanalamento che pretende di regolare il flusso umano è solo il punto visibile di convergenza dei fili invisibili che si stendono su una regione o che collegano interi continenti. Un fenomeno interessante è rappresentato dalle due comunità spagnole di Ceuta e Melilla, situate su territorio marocchino. Rappresentano un’eccezione alla linea di confine, che altrimenti seguirebbe la costa dei due continenti, e sono gli unici confini terrestri, il ché rende forse più facile e interessante osservare le dinamiche di confine. Il video si concentra sui differenti modi in cui l’area specifica dello Stretto di Gibilterra e le regioni adiacenti vengono fruite e guarda alle varie esigenze di mobilità. Tutta quest’area trae il suo significato culturale dall’essere attraversata: dalle rotte delle navi container provenienti dall’Africa e dell’ovest in transito verso il Mediterraneo, dalle pericolose traversate notturne a bordo di scialuppe, intraprese da migranti clandestini, dagli elicotteri di sorveglianza, dalle linee delle immagini radar, dai pendolari che lavorano alle piantagioni e raccolgono ortaggi per il mercato europeo, dalle domesticas, le pendolari che vanno al lavoro per le señoras in Andalusia, dai viaggi in autobus delle donne marocchine che sbucciano gamberetti importati per le compagnie danesi a Tangeri, dai pirati che comprano articoli importati dalla Cina in Spagna, e dalle donne contrabbandiere che li nascondono sotto le gonne per portarli nella propria medina. Questa è la mobilità con cui abbiamo a che fare, la mobilità di tutti i giorni vissuta a livello locale. Mobilità che produce micro-geografie profondamente interconnesse le une con le altre e che riflettono al tempo stesso dimensioni globali. Scialuppe spiaggiate e migranti clandestini sbattuti sulle coste europee: queste sono le immagini drammatiche per cui il confine sud dell’Europa fa spesso notizia. I media sembrano dire che queste immagini comunicano l’essenza del confine nella sua forma più stringente e culminante. Ma non c’è immagine definitoria che possa raccontare la storia infinita dell’inclusione e dell’esclusione. Non ci può essere una rappresentazione in cui l’evento dell’attraversamento può essere riassunto, ma solo la pluralità delle traversate, le loro diverse manifestazioni concrete, le loro motivazioni e articolazioni. Solo spostando l’attenzione dal semplice attraversamento della linea, verso le diffuse e semilegali attività economiche transnazionali, che sono dietro ai molteplici movimenti all’interno delle terre di confine, possiamo avvicinarci alla comprensione di questi luoghi. Le registrazioni videografiche che io e Angela chiamiamo “border logs” (diari di confine), raccontano dei due distinti luoghi: Ceuta (iorder log I+II) e Tangeri (iorder log III). Usiamo il termine log per collegare i diari di viaggio (travel logs) e le registrazioni etnografiche con la pratica del video editing, nella quale il log, come ad esempio l’elenco cronologico del materiale filmato, è considerato una preparazione indispensabile per il montaggio. Europlex, in particolare nel primo iorder journal, raffigura il processo di osservazione attraverso la mera descrizione di ciò che fa, cioè registrando accuratamente il processo spazio-temporale. Introduce un tempo che permette di interpretare senza fretta l’evento, un modo temporale oltre a quello spettacolare. Il video diventa uno strumento cognitivo. Mentre questo procedimento realistico potrebbe essere considerato noioso in un diverso contesto, è quasi un prerequisito per comprendere l’attività di questo luogo. A prima vista è abbastanza difficile dare un senso all’esilarante e confuso svolgersi degli affari che avvengono qui e c’è bisogno di più di una visita al confine per capire la logica dell’indaffarato flusso multidirezionale di persone con una gran quantità di pacchi e pacchetti. Border log I è prima di tutto un’osservazione meticolosa delle numerose attività di contrabbando che circoscrivono la frontera de trajal, il confine di Ceuta. Filmare è rigorosamente proibito. Le immagini posso essere riprese, quindi, solo con costanti interruzioni, con una telecamera nascosta o da lontano. La confusione comincia alle sei, quando i cancelli aprono alla folla di impazienti marocchini in attesa, e continua per tutto il giorno. Il contrabbando avviene alla luce del sole sotto gli occhi degli ufficiali ed è parte della vita di tutti i giorni. Molti dei contrabbandieri vengono dai dintorni di Téutan, altri dai villaggi delle montagne del Rif, più distanti. Lo scopo dell’attraversamento del confine non quello di arrivare alla città di Ceuta, ma di condurre gli affari semilegali nel vasto complesso di confine. Border log II segue il viaggio quotidiano delle domestiche marocchine che vivono a Téutan e lavorano nell’enclave. Le guardie di confine ricorrono a qualsiasi pretesto per rallentare e congestionare il flusso. Europlex non focalizza le difficili condizioni con cui devono fare i conti le giovani donne marocchine quando fanno ingresso nel mercato del lavoro europeo. Getta piuttosto uno sguardo, casuale ma inusuale, sul dettaglio delle lavoratrici che regolano l’orario secondo il fuso del Marocco e dell’Europa. Per via del fatto che i due territori adiacenti sono siti in zone soggette a differenti fusi orari, con una deviazione di due ore, le lavoratrici domestiche si tramutano in eterne viaggiatrici del tempo, all’interno dell’economia di confine. Il loro ritmo vitale è fuori dai soliti schemi, e si alterna fra ritardo e accelerazione rispetto al proprio contesto sociale. Il tempo differito diventa il modo del loro posizionamento culturale. Border log III entra nella zona transnazionale vicino Tangeri, dove le donne marocchine fabbricano prodotti biologici e tecnologici per i subappalti europei. Come in Messico anche a Tangeri, per lavori nelle zone franche, viene preferita una forza lavoro principalmente femminile. Il confine attraversato da queste donne quotidianamente è molto meno visibile di quello fortificato intorno a Ceuta, attraversato invece dai contrabbandieri e dalle domestiche. Anche qui, subito dopo essere entrata nella zona transnazionale, la lavoratrice sperimenta uno strappo sensibile rispetto al proprio ambiente culturale. In Europlex questa spaccatura si esprime in una serie di volti ‘rubati’ all’uscita di una fabbrica nel porto di Tangeri. In termini di tecnica dell’immagine questo avviene per mezzo di un brusco congelamento dell’immagine, il viso e gli sguardi restano nitidi, mentre lo sfondo si dissolve gradualmente in una irriconoscibile granulosità. Questi journal logs descrivono tre diverse pratiche che trasformano il confine in una realtà trans-locale. Le immagini di confine non mirano a consolidare l’idea di un’unità nazionale, ma al contrario alla permeabilità e alla costante sovversione di quella identità. Anche i servizi televisivi sui migranti clandestini fino a un certo punto lo fanno, però mi sembra cruciale che le circostanze fugaci e in parte sovversive di questi attraversamenti non siano assimilate troppo velocemente in un ordine nazionale disciplinato, dove gli agenti recitano il ruolo principale, ma che permettano di sviluppare un immaginario alternativo basato sulle esistenze trans-locali e sulle pratiche culturali in trasformazione. La Spagna del sud e il Marocco del nord formano uno spazio che può essere alimentato e diretto dall’economia europea, ma è prodotto dalla gente che si muove entro e attraverso l’imperativo territoriale del confine. L’attenzione non è puntata sugli attori globali, o sulla decostruzione del potere, ma consiste nell’accurata osservazione delle controgeografie e delle pratiche anticonformiste, la maggior parte semi-legali, spesso invisibili. Potrebbe essere significativo, quindi, produrre conoscenza e comprensione visuale sullo svolgimento e sul significato di questi circuiti di confine, per capire discorsivamente come si replicano e come i viaggiatori trasfrontalieri descritti nei Border logs traccino e diano senso a questo spazio performativo. Questa la geografia disegnata nei miei video.
Traduzione italiana di Pierpaolo Di Girolamo |

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