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È sempre sabato nel villaggio

La 'comunità terribile' nell'America contemporanea

by Filippo Del Lucchese

Sono i colori – sembrano suggerire sia Shyamalan, regista di The Village, sia Frank Oz, regista di The Stepford wives (La donna perfetta) – che meglio riescono a esprimere il concetto di utopia. Questo il tema centrale e il filo rosso che unisce una commedia ‘sociale’ e un soft-horror, entrambi molto americani ed entrambi ricchi di spunti di riflessione filosofica e sociologica.


Village, The - È sempre sabato nel villaggio - La 'comunità terribile' nell'America contemporanea L’ocra e il rosso sangue, magistralmente pitturati da Shyamalan sullo sfondo dei colori autunnali di un bosco stregato. Rosa pastello e verde pistacchio, azzurro confetto e rosso cardinalizio per il villaggio incantato di Stepford. Oltre, naturalmente, al biondo cenere delle mogli perfette, perché si sa, gli uomini amano le bionde anche se poi sposano le more. Se e quando, però, le mogli si rivelano intelligenti e autonome, indipendenti e perfino con un reddito più alto del coniuge (un vero incubo!) allora si avverte proprio la nostalgia del biondo-Marylin.

Ma torniamo all’utopia. È significativo che due film così diversi, nell’America della guerra permanente, si soffermino a trattare lo stesso tema, quello della paura e della minaccia dell’Altro, del potere sociale e biopolitico della tecnologia, dei rapporti umani e di genere in un mondo perfetto. Perfetto – innanzitutto – perché isolato, al riparo dalla minaccia della realtà, dei conflitti, delle tensioni, delle contraddizioni della realtà. L’utopia, appunto, proprio come nell’isola di Tommaso Moro, a cui l’istmo era stato tagliato artificialmente per separarla dalla realtà e liberare finalmente il pensiero e la riflessione filosofica dalle pastoie della politica in crisi. Ragion per cui, paradossalmente, l’Utopia finisce per somigliare così tanto allo Stato realistico dei filosofi dei secoli successivi. Anche a quello dei più ‘assolutisti’ all’interno del paradigma contrattualistico, come Thomas Hobbes, per cui tutta la libertà sta nello Stato mentre fuori dei suoi confini regna la paura e la barbarie: «Fuori dello Stato, chiunque può essere legittimamente spogliato e ucciso da chiunque altro. Nello Stato, soltanto da uno. Fuori dello Stato, siamo protetti soltanto dalle nostre forze. Nello Stato, dalle forze di tutti. Fuori dello Stato, il frutto dell’industria non è sicuro per nessuno; nello Stato, per tutti. Infine, fuori dello Stato, è il potere delle passioni, la guerra, la paura, la miseria, la bruttura, la solitudine, la barbarie, l’ignoranza, la crudeltà; nello Stato, il potere della ragione, la pace, la sicurezza, la ricchezza, lo splendore, la società, la raffinatezza, le scienze, la benevolenza» (Hobbes, De Cive X,1).

I confini dello Stato ‘civile’ hobbesiano sono gli stessi confini immaginari che la piccola comunità di Shyamalan ha segnato per delimitare il proprio villaggio, con l’ocra contro il rosso, colore amico contro colore nemico. Fuori da questo cerchio magico e protettivo vivono gli Altri, «coloro a cui non parliamo» (o coloro ‘di cui’ non parliamo, proprio come nei nomi ironici di Moro, che parlava di Anidro, il fiume asciutto, di Amauroto, città invisibile ecc.). Il villaggio è autosufficiente, fermo alla vita, agli usi e i costumi del XIX secolo, senza contatti con l’esterno, dove vivono appunto gli Altri, esseri forti, minacciosi e mostruosi, che però non entrano nel villaggio, a meno di non essere provocati a farlo. Il colore rosso, infatti, gli attira ed è per questo che è proibito e deve essere cancellato, rimosso, seppellito, fosse anche quello di un fiore. In questo eterno presente vive la comunità dove i più anziani – che ancora non sono vecchi – governano con saggezza e in modo democratico e orizzontale la piccola comunità (fra loro William Hurt, Sigourney Weaver e Brendan Gleeson). Non ci sono tensioni né conflitti. La paura degli Altri e la frugalità dei costumi sono i due ingredienti che costituiscono il ‘cemento’ della società.

Diverso scenario per Stepford, villaggio artificiale dove chiunque, a patto di avere un conto in banca a n-cifre, può accedere. Vi si troveranno, seppure un po’ artificiali, i valori di un tempo, quelli della vecchia America bianca e perbenista, dei primi supermercati e dei backyards sempre in fiore, del clima favoloso della West-Coast, dei green e dei club, naturalmente per soli uomini. Un quartiere isolato ed esclusivo, così vero e così prossimo alla realtà moderna e odierna delle città ‘di quarzo’ di cui ha parlato Mike Davis. Un quartiere-villaggio in cui riposarsi e distaccarsi dalle brutture del mondo reale, di quello stato di natura che è tornato a essere il capitalismo postmoderno, in particolare quello ‘mediatico’, della dittatura dell’audience e del piccolo schermo. Joanna Eberhart (Nicole Kidman) è una bellissima e famosissima anchorwoman il cui successo – indici di ascolto alla mano – si basa sulla confezione di reality show moderni e aggressivi, controcorrente rispetto al senso comune e con intenzioni ‘radicali’ e perfino ‘femministe’. Ma l’America non è pronta a mettere in discussione i sacri valori della famiglia e quando l’esito di una scelta libera, autonoma e antifamilistica di una delle concorrenti rischia di finire in tragedia, naturalmente in diretta Prime Time, la Kidman viene licenziata e sacrificata per evitare conseguenze legali alla rete. La manager di se stessa, la donna in carriera e tutta di un pezzo non resiste alla disfatta e precipita in una crisi di nervi. Il marito (Matthew Broderick) suo collaboratore e subordinato, per salvare lei (e la famiglia) decide di trasferirsi nel perfetto villaggio di Stepford, dove tra i colori pastello e l’aria sana, lontanto dalla diabolica metropoli globale, la moglie potrà riprendersi.

Due villaggi, due utopie, un unico ‘colorato’ isolamento contro al mondo di fuori. Ma sotto entrambe le tavolozze si nasconde il catalizzatore segreto e diabolico di questi pastelli e di queste storie. Chi sono gli Altri che si aggirano minacciosi nei boschi che circondano il villaggio di Shyamalan? Chi sono i fondatori – marito e moglie – di Stepford, coppia perfetta la cui missione è realizzare la perfezione per altre coppie? Chi sono i vicini, manager e imprenditori, professionisti e artisti che abitano a Stepford? E soprattutto, chi sono le loro mogli, tutte bellissime, snelle e formose, bionde e sorridenti, amorevoli e sottomesse ai loro mariti? L’artificio – come per Moro e per Hobbes – si manifesta e consente a entrambi i registi di parlare di noi, della nostra epoca e della nostra America. Ma soprattutto dell’America ‘non nostra’, quella che in massa ha votato per Bush nel novembre 2004. l’America che vive entro e attraverso la paura, sull’odio e l’ignoranza, sul bigottismo e sul denaro.

I conflitti non si possono eliminare. Nessun uomo, scriveva Hobbes, è tanto debole da non potersi procurare un coltello per uccidere il suo prossimo. E proprio una lama fa crollare la tranquilla afasia del villaggio di Shyamalan. L’amore di Ivy Walker (Bryce Dallas Howard) per Lucius Hunt (Joaquin Phoenix), ferito a morte a causa sua, costringe gli anziani a rivelare che è possibile uscire dal villaggio, per procurarsi le medicine. Le medicine esistono. Oltre il bosco e oltre i cancelli esiste un altro mondo. Ma bisogna vincere la paura per attraversare il bosco. Ivy è cieca ma è la sola che potrà ‘vedere’ cosa c’è fuori dal villaggio e, vedendolo da fuori, potrà finalmente capirlo. Si saprà allora cosa nascondono gli anziani in quelle casse di legno che nessuno può aprire. Si capirà senza vedere ma solo ascoltando il rumore di una sirena e di una macchina della guardia forestale. Non più i colori, ma i rumori ci aprono una nuova visione del mondo. Gli Altri non esistono. Quelli ‘di cui’ o ‘a cui’ non parliamo siamo noi, sono i nostri figli, quelli che non conoscono la storia del villaggio, il suo passato e le sue fondamenta. Sono i figli dell’America di oggi, che votano il presidente della guerra e del grande capitale perché vogliono la pace e il loro misero lavoro precario. Che non avranno... E proprio come nell’incubo dell’America contemporanea, anche nel sogno di Shyamalan la ‘classe’ non c’entra, non più come una volta almeno. I padri-fondatori del villaggio – lo si intuisce dalle foto – non somigliano a dei bigotti aspiranti-Amish, quanto a dei giovani borghesi che vengono da Harvard, Stanford o Columbia, delusi dalla politica post-Jfk, post-Vietnam e Black Panthers.

Non sono così diversi dai professionisti in Ferrari (democratici e di sinistra: ecco, forse, perché non riescono a intercettare il voto nero e proletario¼) che hanno preso la residenza a Stepford. Stepford è l’utopia della tecnologia e della ricchezza al servizio dell’Uomo. Ma questo ‘universale’, proprio come nel pensiero liberale classico, non è affatto neutro. L’Uomo per Mrs. Wellington – il ‘padre’-fondatori di Stepford – proprio come per i Locke e i Bentham è proprio l’uomo, bianco e maschio, proprietario ricco e razionale. L’utopia quindi è sempre quella: acquisita la ricchezza, restano da normalizzare le minacce più pericolose di questa vita dorata. La donna, come già alle origini del pensiero liberale classico e borghese, è una di queste minacce. Con la tecnologia, a Stepford, si riesce a trasformare una donna indipendente e intelligente in una donna¼ perfetta. Il ché significa adorabile mogliettina, impeccabile massaia e vulcanica macchina del sesso. Qualcuno, forse, ci è andato per questo. Non certo Mr. Walter Kresby, che ama sinceramente Joanna Eberhart-Nicole, ma che nel club per soli uomini, come a Gesù sul ‘monte altissimo’, viene prospettato il dominio ultimo e assoluto, quello sul corpo e sulla mente della donna. E a Walter non dispiace. Non dispiace finalmente, da gregario e subordinato, divenire signore e padrone della sua bella e intelligente moglie.

Anche a Stepford, come nel villaggio di Shyamalan, assisteremo al sabotaggio di questa odiosa utopia. Entrambi i film, confezionati in stile hollywoodiano e con cast che mirano agli incassi, riescono a offrire alcuni elementi di riflessione. Entrambi pitturano un’America di inizio millennio che non ci piace ma con cui siamo costretti a confrontarci e, nella migliore delle ipotesi, contro cui varrà la pena di lottare.

Due elementi restano da menzionare. Il primo riguarda il finale di The Stepford Wives. Non è superfluo, come fa Frank Oz, tematizzare il sogno di dominio maschile e non è scontato fargli saltare le valvole, proprio come alle perfette mogli cibernetiche. Tuttavia questo sarà possibile perché Walter, marito intelligente e sensibile, sceglie all’ultimo momento questa strada, sacrificando e rinunciando alla possibilità di accedere all’aristocrazia dei maschi felici. Joanna-Nicole, di contro, decide di non resistere, manifestando piuttosto impotenza e amore sacrificale nel momento in cui si avvia nei sotterranei del club, verso il sacrificio che dovrà trasformarla in moglie-androide bionda e perfetta. Meno male che c’è ancora qualche maschio intelligente e sensibile, sembra suggerire il film, altrimenti non ci sarebbe scampo per nessuna donna!

The Village, invece, ha la pretesa di tematizzare, in modo metaforico, alcuni problemi importanti della politica contemporanea. È un peccato che la produzione abbia sentito il bisogno di mascherarlo (ancora un inganno) da film del terrore, che evidentemente tira di più, al botteghino, di un film presentato come una riflessione filosofico-politica. Abbastanza precocemente, infatti, la sceneggiatura rivela che gli Altri sono solo un’invenzione, che i mostri che abitano la foresta servono solo a tenere unita e inconsapevole la ‘patria’. Ma si percepisce con facilità il disappunto e la delusione degli ignari spettatori che, con pop-corn e coca-cola, non erano entrati in sala per riflettere su comunità e società, ma per vedere mostri in carne e ossa (Un po’ il contrario di quell’altro fenomeno cinematografico americano, The Blair Witch Project, che prometteva un film sulla potenza dell’immaginazione e sulla paura autodivoratrice per una strega inesistente e in cui si scopriva invece che la strega assassina esisteva davvero, sgonfiando miseramente l’idea stessa del film). Anche qui abbiamo da imparare: forse l’America, più dei suoi registi intelligenti, vuole i Bin Laden e gli Al Zarqawi in carne e ossa più di quanto non voglia scoprire la loro inconsistenza e la propria ignoranza. Come aveva compreso quel grande filosofo italiano, è così confortante il villaggio, specialmente se è sempre sabato...

 

Film
Village, The -Shyamalan

Village, The, Manoj Nelliyattu Shyamalan, 2004

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