Reviews » Gegen Die WandCostretti a sanguinareIdentità e ribellione nella Germania di lingua turcaby Filippo Del LuccheseSe vuoi morire non è sufficiente tagliarsi le vene, dice Cahit a Sibel. Bisogna farlo bene, tagliando cioè non in modo trasversale ma obliquo. Costringendole a sanguinare…
«Dopo vent’anni ha finalmente vinto un film tedesco». È significativa la rapidità con cui la stampa nazionale si è ‘appropriata’ dell’opera che ha vinto la LIV edizione della Berlinale, rispetto alla disattenzione iniziale. Disattenzione dovuta forse al nome del regista, Fatih Akin, che evoca ben poco la patria di Kant e che tradisce immediatamente l’origine turca. E immediatamente, fin dalle prime immagini, fa esplodere il non-senso dell’insignificante etichetta di film ‘tedesco’. La Germania è presente nel film come sfondo di una storia di assimilazione. Un’assimilazione vincente perché maggioritaria, ma irrevocabilmente costretta a veder riemergere i conflitti, le resistenze, le lotte che hanno punteggiato la vicenda moderna di questo ‘grande’ paese coloniale. Certo, si tratta di resistenze non organizzate, spesso solitarie, spessissimo votate a un’esito autodistruttivo. Ma è proprio questo, forse, che le rende più complesse, più generali e non strettamente circoscrivibili ai conflitti fra le comunità migranti e i paesi ‘ospitanti’. Ci vuole un po’ prima di capire che Cahit non è un ‘tedesco’. Non lo sarebbe neanche se fosse nato a Monaco o a Francoforte. Invece è nato in un paese dell’entroterra turco. Un violento, uno sbandato, sicuramente un fallito che vive facendo le pulizie in un club-discoteca della città anseatica. Uno di quelli che gran parte della stampa, dei politici e dei cittadini fa molta fatica a chiamare tedesco, nonostante il passaporto. Sullo sfondo si intravede così che tipo di violenza autodistruttiva sia la sua. Violenza contro se stesso prima che contro gli altri. Una forma di resistenza a un mondo che si è irrimediabilmente trasformato, schiacciando contro il muro dell’indifferenza e dell’oppressione le istanze culturali e politiche che avevano tentato, già dagli anni Sessanta e, soprattutto in Germania, fino a tutti gli anni Ottanta, la costruzione di ‘un altro mondo possibile’. Contro il muro, quindi, costretti a sanguinare per esistere e per resistere. E questa impossibile libertà, proprio sul tragitto verso un suicidio catartico, si incontra con un’altra resistenza, quella di Sibel. Giovane turca anch’essa, con i polsi fasciati, effetto di una resistenza diretta, questa volta, contro l’oppressione, il maschilismo e la totale chiusura della comunità turca. Una buona ragazza musulmana è vergine, votata al matrimonio, alla fedeltà al marito e ai valori della comunità. Anche se la sua lingua è il tedesco, anche se è di Amburgo, anche se si sente libera. Il suicidio è una porta sempre aperta verso la libertà. Lo sostenevano già gli stoici. Ma non bisogna farsi illusioni neanche su questo. Se vuoi morire non è sufficiente tagliarsi le vene, dice Cahit a Sibel. Bisogna farlo bene, tagliando cioè non in modo trasversale ma obliquo. Costringendole a sanguinare… Per Sibel non c’è più niente da perdere, salvo le proprie catene. Propone così a Cahit un impossibile accordo. Sposami, ma solo per finta. Se fai il buon musulmano al matrimonio e alle feste comandate io sarò libera. Nessun impegno reciproco, nessun obbligo, solo il tentativo di sfuggire alla pressione del ‘muro’. A tutto il ‘maledetto’ Cahit avrebbe pensato fuorché ad avere la propria foto di matrimonio in camera da letto, con tanto di vestito scuro e di cornice a forma di cuore. Il tentativo riesce e la convivenza fra i due non è delle peggiori. Libertà di costumi, libertà sessuale e la comunità terribile, con i suo fratelli, cugini, ‘patriarchi’ di ogni tipo sembra ormai alle spalle. Ma qui subentra il previsto ‘imprevisto’, che il regista Akin, anche lui nato a Amburgo da parenti turchi, sa giocare con estrema intelligenza. Cahit si innamora veramente. In modo lento, imprevisto e spontaneo, come il ritorno alla vita. Il punk non è morto gridano entrambi ballando nel piccolo appartamento che condividono. E quella musica ci riporta effettivamente agli anni di una resistenza forte e sincera. Ma le cose non si sviluppano nel modo migliore. La libertà può far male. La gelosia che cresce in Cahit – e che lo porterà a commetere un gesto irreparabile in una delle sue frequenti esplosioni di odio e violenza – non è causata tanto dai liberi costumi di Sibel. Quanto piuttosto dai pregiudizi, dal biasimo, dal maschilismo diffuso non solo fra i musulmani, ma anche e profondamente nella comunità ‘tedesca’ in cui i due vivono. L’infedeltà, la libertà – almeno di costumi, almeno la sua sensazione – sono sinonimo di condanna morale. Se sei libera e felicemente ‘infedele’ sei una puttana, specialmente se sei un’immigrata. È questo che scatena la reazione di ‘gelosia’. Cahit farà i suoi anni di carcere. Sibel sarà costretta a rientrare in patria, fuggendo dalla famiglia che naturalmente è pronta a perdonare il ‘delitto d’onore’ del maschio ma non certo l’infedeltà della femmina che quel delitto ha ‘provocato’. L’attende a Istanbul una parente, direttrice d’albergo che lavora duramente, secondo modelli occidentali, e la cui carriera è destinata a progredire. Paradossalmente una donna sembra più libera a Istanbul che a Amburgo. Purché faccia propri certi modelli, purché arrivi a ‘sposarsi’ comunque. Non a un buon musulmano, in questo caso, ma all’etica del lavoro e del capitalismo rampante, altrettanto estranei a Sibel quanto l’angusta morale della comunità lasciata alle spalle in Germania. Questo costringe Sibel a sanguinare nuovamente. I due si incontreranno nuovamente, alcuni anni dopo, proprio a Istanbul. Lei ha marito, un figlio e una vita piemanente occidentale in questo paese che si affaccia ormai sull’Europa. Lui non ha forse più sangue da versare, ma il progetto di tornare nel suo piccolo paese. Un incontro impossibile che lascia naturalmente aperta la partita, sia per i protagonisti del film sia per noi, spettatori europei di problemi europei, grazie all’ottimo lavoro di un europeo, Fatih Akin e con buona pace della stampa tedesca.
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Film
Gegen Die Wand, Fatih Akin, 2004 Related articles
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«Dopo vent’anni ha finalmente vinto un film tedesco». È significativa la rapidità con cui la stampa nazionale si è ‘appropriata’ dell’opera che ha vinto la LIV edizione della Berlinale, rispetto alla disattenzione iniziale. Disattenzione dovuta forse al nome del regista, Fatih Akin, che evoca ben poco la patria di Kant e che tradisce immediatamente l’origine turca.
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