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Un semaforo nel deserto

Lo sguardo corto della democrazia

by Filippo Del Lucchese

L’espressione ‘esportare la democrazia’ ha conosciuto in questi ultimi anni, quelli del post 11 settembre, una rinnovata fortuna. Viene evocata più dai suoi apologeti che dai suoi critici. Da coloro, cioè, che ritengono possibile, desiderabile e talvolta dolorosamente necessario esportare il prodotto migliore – seppure imperfetto – della civiltà occidentale.


Secret ballot - Un semaforo nel deserto - Lo sguardo corto della democrazia Naturalmente, questi apologeti non amano sottolineare che la ‘rinnovata’ fortuna di quest’espressione rinvia alla prima ‘diffusione’ della democrazia, quella cioè dell’epoca coloniale, dai cui fantasmi nessuna nazione occidentale (ma proprio nessuna, dalle più potenti e ‘gloriose’ come Francia e Inghilterra alle più misere e cialtrone come l’italia) si è mai liberata. Esportare la democrazia, quindi, osservando i paradossi e le ambivalenze del suo venire a contatto con l’altro, col diverso, con società, uomini e donne che di quella tradizione hanno una conoscenza vaga e approssimativa.

Questa l’idea alla base de Il voto è segreto di Babak Payami. Un regista colto e formatosi in occidente, che parla e si rivolge agli occidentali, usando un’ironia e una serie di situazioni e di metafore costruite appositamente per lo spettatore occidentale. Il rischio era quello di vedere un film ‘complice’ con l’occhio occidentale. Un film sulla democrazia, sui suoi formalismi e i suoi linguaggi sostanzialmente estranei agli abitanti di remote comunità e paesini iraniani. Un film paternalistico, insomma, fatto e pensato per ‘noi’, costruito da uno di ‘loro’ che conosce bene tanto il ‘nostro’ linguaggio quanto i ‘loro’ limiti.

Invece il risultato di Payami è completamente diverso. Un film divertente e per niente paternalistico, che parla di legge e di democrazia, di formalismi e di votazioni. La trama è semplice. Una cassa scende paracadutata dal cielo in un luogo sperduto dell’Iran. Sono presenti solo due soldati che si danno il turno scambiandosi l’unica brandina e l’unico fucile a disposizione per contrastare i contrabbandieri. Si tratta del necessario – schede e una scatola di cartone – per allestire un «seggio mobile» per le elezioni. Un rappresentante del governo dovrà arrivare e, accompagnato da uno dei soldati, raccogliere quante più schede possibile, per l’intera giornata, da riportare poi nella capitale per essere scrutinate.

Ma la giornata comincia in modo sbagliato, afferma il soldato di turno, perché il rappresentante del governo è una donna. Una donna che parla, è sicura di sé e convinta di quello che deve fare, della sua missione, in cui cerca inutilmente di coinvolgere il militare e di suscitare il suo entusiasmo per un evento, le elezioni, che può veramente cambiare delle cose. L’unica cosa che sembra cambiare è l’umore dell’uomo, che peggiora accompagnando la rappresentante del seggio con una jeep militare attraverso una serie di situazioni che sono altrettante metafore dell’‘incontro’ fra la democrazia e il suo ‘altro’.

Ma, soprattutto, fra il buon senso, i limiti, la vita reale delle persone e i formalismi della legge, talvolta bizzarri, talvolta semplicemente privi di senso. Le parole vuote e burocratiche della rappresentante incontrano una società che è sì arcaica, lontana dalla democrazia e dalla civiltà, ma che avanza delle obiezioni pienamente sensate: sulle donne, sulla scelta dei candidati – fra cui qualcuno pretende di vedere Dio stesso – sulla possibilità di incidere sulle condizioni materiali di vita attraverso i formalismi della legge.

E qui emerge il punto più forte dell’opera di Payami. Non si tratta, infatti, esclusivamente di un film sull’Iran (il regista è stato costretto più volte a precisare che non esistono seggi volanti e che la situazione è del tutto inventata). Si tratta anche e soprattutto di un film sulla democrazia. Ecco dove Payami ci aiuta a superare lo sguardo illusoriamente informato e pretenziosamente superiore dello spettatore occidentale. Ci aiuta perché ci parla anche di noi, dei limiti e dei paradossi della nostra democrazia, della incredibile incomprensione dei formalismi che noi stessi abbiamo inventato e che oggi pretendiamo di ‘esportare’ nel mondo. E dal cielo, tragicamente, non piovono mai schede e urne elettorali, ma ordigni micidiali targati ‘democrazia’ e ‘In God we trust’…

Semaforo rosso, quindi, per chi pretende di affermare la superiorità dello sguardo occidentale, superiore e razionale magari proprio perché ‘democratico’. Anche – anzi soprattutto – se questo semaforo sta in mezzo al deserto…

 

Film
Secret ballot -Payami

Secret ballot, Babak Payami, 2001

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