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Dioniso nella metropoli

Convivialità e ibridazione nell'Ospite inatteso

by Paolo Lago

L’ospite inatteso (The Visitor, 2008, di Thomas Mc Carthy) è un film estremamente denso; un film che pone sul tappeto diversi spunti di riflessione che si riflettono gli uni sugli altri come in un intrigante gioco di specchi.


The Visitor - Dioniso nella metropoli - Convivialità e ibridazione nell'Ospite inatteso Ci presenta, innanzitutto, due mondi apparentemente inconciliabili, due milieu sociali lontanissimi fra di loro. All’inizio assistiamo a una serie di immagini che, seguendo la classificazione proposta dal semiologo e critico cinematografico francese Christian Metz, possono essere definiti come sequenza a episodi; servono, cioè, a rappresentare determinati personaggi e un determinato ambiente sociale allineando – come dice Metz – diverse "scenette" che si succedono fra di loro. È, infatti, la vita del docente universitario Walter Vale (Richard Jenkins) che viene offerta al nostro sguardo di spettatori appena dischiuso sul film: l’Università, le lezioni, il ricevimento con gli studenti, l'attività di ricerca.

Queste sequenze iniziali servono a presentare il personaggio principale e il mondo che lo circonda, la sua vita: appartiene a una classe sociale alta, vive in una bella e ricca casa nel Connecticut, prende lezioni di pianoforte per il quale, tuttavia, risulta alquanto negato. Questo è, un po’, l’antefatto; poi, grazie a un viaggio inatteso a New York avviene l’incontro con l’ospite inatteso. Ed ecco che – grazie all’incontro-scontro fra i due - si apre al nostro sguardo un altro mondo, estremamente diverso, addirittura antitetico, rispetto a quello del professore. Scopriamo infatti che la sua casa di New York (dove egli si recava rarissimamente) era stata a sua insaputa ‘affittata’ a una coppia di giovani immigrati ‘irregolari’, Tarek (Haaz Sleiman), siriano, e Zainab (Danai Gurira), senegalese. Da questo primo incontro-scontro inizia una fase di ibridazione, di avvicinamento progressivo fra i due mondi, grazie soprattutto alla sensibilità del professore. Esponente alto-borghese del mondo ‘sviluppato’ (e, secondo il gioco di specchi cui si è accennato, oratore a un convegno sui problemi dei cosiddetti paesi in via di sviluppo), quest’ultimo entra in contatto proprio con due esponenti di questi paesi (la ragazza senegalese, scherzando, dirà a Vale che al convegno, allora, parlerà di loro e, fuor di metonimia, dei loro paesi). Sullo sfondo di questa “modernità liquida” (per usare un termine di Zygmunt Bauman), un contesto sociale ibrido in cui gli immigrati tendono sempre più a ‘occidentalizzarsi’ (affresco offertoci, ad esempio, anche dal bel film Once we were strangers, 1997, di Emanuele Crialese), inizia il progressivo percorso di quella che si potrebbe definire come una sorta di convivialità dionisiaca.

Tramite la musica (elemento di matrice dionisiaca per eccellenza) il professore entra in contatto con Tarek e si stabilisce un forte legame di affetto e amicizia: si apre, per rifarsi a una celebre opera di Ivan Illich – Tools for Conviviality, Harper & Row, New York, 1973 (trad. it., La convivialità, Boroli, Milano, 2005) – un orizzonte di “convivialità”, termine in cui è evidente il richiamo al Convivio di Platone. Walter, appassionato dalla musica del jembee di Tarek - strumento che il ragazzo suona magistralmente - decide di farsi dare delle lezioni e di partecipare col giovane a degli happenings musicali (composti da musicisti immigrati) nel parco della città. La pratica dell’insegnamento si rifletterà su di lui, che la esercita a uno dei livelli più alti (quello universitario): si ricordi la battuta della maestra di pianoforte, all’inizio, che chiedeva a Walter quanti insegnanti avesse avuto nella sua vita. E si rifletterà su di lui, esponente del mondo ‘sviluppato’, proprio da parte di un esponente di uno di quei paesi che al suo convegno vengono definiti “in via di sviluppo”.

La società conviviale, secondo Illich, “è una società che dà all’uomo la possibilità di esercitare l’azione più autonoma e creativa, con l’ausilio di strumenti meno controllabili da altri. La produttività si coniuga in termini di avere, la convivialità in termini di essere” (La convivialità, cit., p. 42). Nasce allora, per l’irrigidito Walter (irrigidito dal suo ruolo, dalla sua classe sociale, da tutto il suo mondo), la possibilità di una rilassatezza, una specie di scioglimento all’interno di questo universo conviviale che gradatamente, attraverso il contatto col giovane Tarek, inizia ad attraversarlo. Se definire il giovane siriano come una sorta di nuovo Dioniso sarebbe sicuramente eccessivo, è comunque vero che la sua figura possiede diverse valenze dionisiache (qui, però, tutte in positivo); come quelle, appunto del giovane ospite straniero (Dioniso travestito) che – nelle Baccanti di Euripide - irrompe all’interno della comunità di Tebe provocando furori e sconvolgimenti. Walter, come il Penteo della tragedia, è affascinato da questo straniero (anche in Euripide, Dioniso è uno straniero, un iarbaros, cioè un ‘non Greco’), giunto dal misterioso Oriente, a ‘perturbare’ l’ordine del cuore del neocapitalismo postmoderno. Tarek è uno straniero, perciò nomade (come nomade è anche Dioniso), lontano dalla stanzialità del perfetto cittadino americano: lui e la sua ragazza si spostano continuamente, alla ricerca di fortuna, all’interno delle fagocitanti metropoli statunitensi. Tarek, quindi, attraverso la musica ‘contamina’ Walter e instaura una comunità conviviale, un mondo diverso e parallelo rispetto a quello in cui il professore aveva fino a ora vissuto.

Il tutto avviene sullo sfondo di una New York fagocitante come non mai; come il ventre della balena di Moby Dick, la città è una massa pesante e opprimente di grattacieli e incombenti edifici. Il regista lo dimostra con maestria quando, lentamente, tramite un movimento di macchina all’indietro, l’inquadratura che dapprima segue i personaggi in primo piano che camminano nel parco si allarga e si apre su una prospettiva più ampia: appare intorno a loro, così, l’inquietante magna mater New York, fagocitante, opprimente, falsamente libera come invece lascerebbe supporre quella statua che accoglie chi le si avvicina via mare. È un’inflessibile “società di controllo”, purtroppo, che veglia su questi ragazzi immigrati dagli splendidi sorrisi (come quelli che, spesso, nel film ci offre la bella Zainab; sorrisi che molto ricordano quelli di alcuni personaggi femminili di Il fiore delle mille e una notte, 1974, di Pier Paolo Pasolini). Una società che, solo per un banale equivoco, non esita a rinchiudere nelle sue geometriche stanze, dove solo il dolore è permesso, il giovane Tarek, il portatore della ‘morbidezza’ solare della convivialità. L’Occidente è duro, rigido, e lo è ancora di più dopo l’11 settembre, da quando, cioè, ha scoperto nell’immigrato arabo o, in generale, orientale o africano, il nemico principale da cui guardarsi. E, nel film, appare anche l’altra faccia (diciamo così, quella ‘buona’) di questa stessa società: la signora elegante che compra una collana al banchetto di Zainab (con l’atteggiamento caritatevole di offrire una sorta di elemosina) e che afferma di essere stata in Senegal - il paese della ragazza - poiché è stata in viaggio a Città del Capo, è l’emblema di un Occidente ignorante che guarda all’Africa e all’Oriente ancora con un occhio colonialista venato di qualunquismo.

Con il pretesto di non aver pagato il biglietto della metropolitana, Tarek viene brutalmente arrestato dalla polizia e rinchiuso in un centro di detenzione dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement), un luogo in cui, per accedervi, i visitatori devono essere sottoposti a severissime perquisizioni. Un vero e proprio inferno che, purtroppo, nasce un po’ ovunque nelle società cosiddette avanzate: così, anche in Italia, gli immigrati vengono rinchiusi nei centri di detenzione temporanea, dei veri e propri lager (e cosa vi sia di ‘avanzato’ in società che inventano e mettono in funzione simili pratiche di controllo ancora non lo si è capito).

L’universo conviviale che si era creato viene così disgregato dall’arroganza del potere, un’arroganza che separa Tarek da Zainab e dalla stessa madre, Mouna (Hiam Abbass) che giunge a fargli visita. Insieme a lei, quindi, Walter, pure se lontano dal suo Dioniso Tarek, consoliderà la sua posizione di – se così si può dire – ‘contaminato’, ‘ibridizzato’. Proprio con Mouna, infatti, si confiderà e affermerà che il suo mondo, il suo lavoro, in sostanza la sua vita, era basato soltanto sul vuoto e sul falso; su una falsità di rapporti fondati, per riprendere la frase di Illich precedentemente citata, sull’avere piuttosto che sull’essere. Tarek verrà poi rimpatriato nella sua lontana e martoriata Siria mentre Mouna, la madre, lo seguirà: un altro viaggio, un aereo che parte, un addio che forse è un arrivederci. Ma questa “società di controllo” una cosa non può controllare, ed è proprio l’universo della convivialità che, nonostante le forzate separazioni, ormai è nato. Walter, nelle sequenze finali, continuerà a suonare il jembee nelle stazioni della metropolitana del fagocitante Occidente spargendo ovunque il seme della convivialità.

Il film ci offre allora un messaggio da non sottovalutare: la storia di un occidentale ‘rigido’ che, tramite l’ibridazione, entra in un universo di contatto e di convivialità con degli stranieri e che, in loro, arriva quasi a identificarsi, talmente ampio diviene l’orizzonte dell’affetto e dell’amicizia. A identificarsi in loro e ad aiutarli fino alla fine, fino a dove lo permette il controllo operante in quel mondo di cui lui stesso fa parte. Ma l’affetto, l’amicizia, la convivialità ormai sono nati; e nessun controllo, rigido e irreggimentato, potrà mai fermarli, perché essi sono morbidi, flessibili, giovani, pieni di un sorriso e di un’allegria che quel triste Occidente non si può nemmeno immaginare.

 

Film
The Visitor -McCarthy

The Visitor, Thomas McCarthy, 2007

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