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Gli animali contro natura

by Francesca Poggi

Meglio la prigione dorata di uno zoo di lusso o la lotta per la sopravvivenza nella giungla del Madagascar? Se un leone potesse scegliere continuerebbe ad inseguire zebre nella savana o preferirebbe farsi servire bistecche al sangue a Central Park? Come già in Shrek, l’ultima produzione Dreamworks si diverte a invertire gli stereotipi disneyani. La natura selvaggia è un luogo dove la libertà si riduce al mangiare, essere mangiati o morire di fame. E così gli stessi animali non vedono l’ora di ritornarsene a New York.


Madagascar - Gli animali contro natura - Quattro pinguini, in fuga dallo zoo di New York verso l’Antartide, fanno balenare alla zebra Marty l’idea di passare una trasgressiva serata di libertà. Gli amici (il leone Alex, star dello zoo, la giraffa ipocondriaca Melman e l’ippopotamo Gloria), scoperta la fuga, si lanciano, pur di malavoglia, all’inseguimento per le strade della Grande Mela, nel tentativo di far rinsavire la zebra. L’avventura finisce male, con l’irruzione della polizia alla stazione centrale. Nella retata cadono anche il team dei pinguini e due scimpanzé, che si stavano recando a un incontro sull’anarchia sociale per tirare della popò – nella versione originale, invece, i due primati stanno andando al Lincoln Center per lanciare quanto detto a Tom Wolfe, il famoso e controverso scrittore statunitense.

Complici gli animalisti, l’evasione dei nove animali viene interpretata come espressione di un desiderio di libertà, di ritorno all’habitat naturale, e i nostri eroi sono tutti inscatolati su una nave diretta verso una riserva naturale in Kenya. Ma il team dei pinguini (Skipper, il signor Kowalski, Private e Rico) non si da certo per vinto: il Kenya non rientra nei loro piani e, così, sulle note di Mission Impossible, stordiscono l’equipaggio e prendono il controllo della nave. Durante il dirottamento, però, gli scatoloni di Alex, Melman, Marty e Gloria cadono in mare e i quattro si ritrovano tutti – tristemente – in Madagascar (anche se ci metteranno un po’ per accorgersene). Storditi e spaventati da una natura selvaggia e politicamente scorretta, i nostri eroi sapranno resistere ai richiami dell’istinto, della guerra di tutti contro tutti, e, grazie anche all’aiuto dei pinguini che, delusi dall’Antartide preferiranno il caldo Madagascar, intraprenderanno finalmente il viaggio di ritorno verso casa, New York appunto. Un viaggio che, lo sappiamo già, non arriverà mai a destinazione: che ci sia un seguito?

L’ultima fatica della Dreamworks è divertente, a tratti esilarante, pur non raggiungendo mai l’apice di Shrek. Di Shrek mantiene, però, il gusto per il paradossale e per l’inversione dei classici stereotipi à la Disney. Qui il disneyano cerchio della vita (vedi Il re Leone) si trasforma in un ben poco confortante girone infernale, dove la libertà si riduce al mangiare, essere mangiati o morire di fame. Gli stessi animali non ambiscono certo ad una vita libera e selvaggia: in mezzo alla natura sono a disagio e non vedono l’ora di ritornarsene a New York. Perfino la zebra Marty, la più naturalista del gruppo, fugge dallo zoo solo per una notte, e, alla fine, sarà ben contenta di farvi ritorno, sfogando la sua voglia di avventura nella proposta di una tappa, non certo in Africa, bensì a Parigi – la giraffa Melman preferirebbe però la Svizzera delle cliniche private. Memorabile è poi la scena in cui i quattro pinguini, giunti finalmente in Antartide, fissano impietriti la distesa di ghiaccio sferzata dal vento: “Che schifo!” (“Well, this sucks!”) – sbotta uno dei quattro.

Gli animalisti, c’era da aspettarselo, hanno protestato: principalmente a causa dell’immagine irrealistica dello zoo come un albergo a cinque stelle. Del resto gli stessi animalisti non fanno certo una bella figura nel film: è proprio la loro incomprensione degli animali a condannare i nostri eroi all’esilio, alla fame e alla lotta per la sopravvivenza.

Le proteste sono comunque giustificate: è vero, gli zoo non sono hotel di lusso, anche se bisognerebbe ricordare, ai bambini e agli adulti, che questo non è certo l’unico elemento irrealistico del film. Ad esempio, e a onor del vero: gli animali non parlano tra loro, i lemuri non organizzano rave-party nella giungla, le scimmie non sanno leggere e non bevono thè, i leoni non mangiano il sushi né i pinguini lo cucinano, questi ultimi poi non fanno uso di creme solari (dovrebbero, certo, ma, ahimè, non lo fanno). Per contro, l’immagine della natura è assolutamente realistica: una lotta spietata per la sopravvivenza, dove il più debole irrimediabilmente soccombe, come, del resto, ben testimonia qualsiasi documentario del National Geographic.

Il punto è che questo non è tanto un cartoon sugli animali, quanto piuttosto un film su quattro civilizzatissimi newyorkesi catapultati all’improvviso nel cuore della natura selvaggia. Una natura che è molto diversa da quella idealizzata dalla zebra Marty (e chissà da quanti altri naturalisti). Una natura nella quale i quattro se la cavano malissimo, specie il carnivoro del gruppo, il leone Alex, lacerato dal conflitto tra l’istinto, i bisogni dello stomaco e i valori civili e morali, che gli impediscono di uccidere altri animali. Di ucciderli, sia ben inteso, non certo di mangiarli: come allo zoo non aveva alcuno scrupolo a sbranare le sue amate bistecche, così in Madagascar risolverà i suoi problemi di sussistenza mangiando il sushi preparato dai pinguini. L’importante è che il lavoro sporco lo faccia qualcun altro: non è poi questa la cifra di ogni civiltà?

Il processo di antropomorfizzazione – così deprecato dagli animalisti, salvo poi lodare quei cartoon Disney che hanno allevato generazioni di amanti degli animali (Bamby, per dirne uno) – viene spinto alle estreme conseguenze, viene risolto in una identificazione tout court. Questi animali non sono come noi, sono noi: sono l’emblema della nostra civiltà, con tutte le sue contraddizioni e parossismi.

In Madagascar, come del resto in Shrek, è quanto mai evidente l’intento di rivolgersi direttamente anche ad un pubblico adulto, come ben testimoniano numerosissime citazioni cinematografiche (da American Beauty, a Momenti di Gloria, a Cast Away, fino al già citato Mission Impossible), perfettamente in linea con le tendenze del momento. Resta il problema, da più parti sollevato, della recezione di tali contenuti da parte del pubblico più giovane: quanto ne capiranno i bambini? Come sempre, la risposta dipenderà dai genitori.

Infine, una nota negativa è rappresentata dal doppiaggio in italiano: se il forte accento newyorkese dei quattro protagonisti era, forse, difficile da riprodurre (ma un tentativo si poteva pur fare), non vi sono alibi per aver totalmente ignorato l’accento inglese che i due scimpanzè avevano nella versione originale. Insomma, la scelta di preferire personaggi famosi, ma con una recitazione dubbia, a doppiatori professionisti o, almeno, ad attori di buon livello, sembra assolutamente discutibile.

 

Film
Madagascar -Darnell

Madagascar, Eric Darnell, 2005

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