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L'amore è una cosa pericolosa

La rivolta silenziosa di Paolo Sorrentino

by Francesca Poggi

Un uomo di mezza età, murato vivo da 8 anni in un anonimo albergo di un’anonima cittadina del Canton Ticino. Un personaggio misterioso che, visto da fuori, potrebbe essere affascinante. Ma non è da fuori che il regista lo ritrae. È con i suoi occhi, attraverso la voce dei suoi pensieri che Sorrentino inizia a comporre, in modo apparentemente lineare, senza colpi di scena o eccessi di suspense, il mosaico che ci svelerà i segreti di quest’uomo.


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Questo è precisamente l’unico evento della prima parte del film: gli spettatori che compongono i primi tasselli per svelare il passato e la personalità del protagonista. Sullo schermo, invece, non ci sono eventi: c’è solo l’esistenza monotona e noiosa di Titta di Girolamo (Toni Servillo, Luna rossa 2001, L’uomo in più 2001, Teatro di guerra 1998). Un commercialista, un uomo abitudinario, senza immaginazione e senza frivolezze (il nome è l’unica cosa frivola che possiede). Il suo tempo è scandito solo dal fumo delle sigarette e dalle partire ad Asso Piglia Tutto – un gioco di carte cui giocano i bambini, l’unico cui sappia giocare – con Carlo, un baro fallito, sua moglie Isabel e qualche ospite di passaggio. Soffre d’insonnia: ascolta dalla porta i dialoghi, ripetitivi e malinconici, di Carlo e Isabel. Anche loro sono prigionieri della stessa monotona esistenza, dell’albergo che una volta era loro, ma che hanno dovuto vendere per coprire i debiti di gioco. Isabel è rassegnata, enumera in un’eterna litania le cose che hanno perso, Carlo vorrebbe morire in modo rocambolesco. «Ci vuole coraggio per morire in modo rocambolesco», gli risponde Titta di Girolamo, che non ha coraggio. Titta di Girolamo ha un’iniezione di eroina una volta la settimana, sempre lo stesso giorno, alla stessa ora: il mercoledì mattina alle 10, da 24 anni. Un’evasione programmata, calcolata, senza rischi: una volta all’anno si sottopone al lavaggio completo del sangue. Cosa può cambiare questa esistenza statica, chiusa, noiosa? Le conseguenze dell’amore, è ovvio. Le conseguenze, non l’amore stesso: questo non è un film romantico, non in senso tradizionale almeno. L’amore è quello per Sofia (Olivia Magnani), la giovane barista dell’albergo, non certo una storia ardente di passioni e desideri, forse non è neppure un amore ricambiato. Forse lei non è neanche innamorata, forse nutre solo una comprensibile curiosità. Ma non importa: non ha assolutamente importanza se sia “amore vero” – ammesso che questa locuzione abbia un significato – quello che importa è l’aver visto, per un attimo, un’alternativa, una possibile via di fuga. La storia inizia a precipitare: non è una vera e propria accelerazione narrativa, la regia non si scompone e, del resto, gli atti eclatanti non rientrano certo nel carattere del protagonista. Sono, invece, piccoli gesti che iniziano ad infrangere le regole di un’esistenza che sembrava immutabile. Tutto inizia quando Di Girolamo accetta la possibilità del cambiamento, la possibilità di un incontro con la barista: «Forse sedermi a questo bancone è la cosa più pericolosa che ho fatto in tutta la mia vita», le dice. Sembra una frase eccessiva, fuori luogo, ma gli sviluppi futuri gli daranno ragione: è il primo atto di una rivoluzione, che lo porterà progressivamente a violare tutte le norme che lo imprigionavano. E così prima infrange la buona educazione, l’ipocrisia borghese che sostiene le relazioni civili: smaschera pubblicamente Carlo, che ha barato per anni al gioco dell’Asso Piglia Tutto. Poi abbandona i freni della disperazione: il buco sempre alla stessa ora allo stesso giorno. E poi, finalmente, abbandona i suoi padroni: la mafia che, per aver commesso un errore, lo aveva murato vivo in un albergo in Svizzera, costringendolo al ruolo di postino per riciclare valuta sporca. A questa fine anonima preferisce una fine «rocambolesca», preferisce essere “davvero” murato vivo. Per cosa? Per niente. Le conseguenze dell’amore, ma dove ‘amore’ è solo il nome generico di un anonimo sentimento di ribellione. Il finale sembra una citazione dell’Antigone di Sofocle: l’eroe si assume in pieno la responsabilità dei suoi atti e accetta la punizione, come Antigone viene letteralmente “murato vivo”. Qui l’autorità è la mafia - ma, forse, non è fondamentale. La vera differenza dall’Antigone è che non è per alti valori – l’imperativo etico di seppellire i morti – che quest’uomo muore. Non è per una morale universale, che pretende un’universale autorità. È per una sorta di vendetta contro chi ha rubato la sua vita, per riscattare tutta l’esistenza che le regole non gli hanno fatto vivere e per soddisfare un personalissimo, discutibile, senso del giusto. Non irrita che quest’uomo si immoli per un motivo futile, anche perché in fondo era già morto. Irrita invece che quest’uomo si immoli: sovverte le sue regole, ma nulla sembra cambiare. Lui muore, perde, la sua è una rivoluzione silenziosa, un silenzioso calare nel cemento vivo. È tutta qui la ribellione cui si può aspirare? Certo dignitosa ma, almeno apparentemente, inutile, non intrusiva, non rumorosa. Bisogna o no fare rumore? Nonostante il sovraccarico di tematiche – nel film non manca un malinconico accenno all’amicizia, che, quando è davvero tale, viene presentata come l’unico punto fermo di tutta la vita – Sorrentino riesce a mantenere una notevole solidità narrativa. Impresa non da poco, la regia risulta, al contempo, sobria e originale: mescola in modo magistrale tecniche narrative tradizionali e moderne, e si integra a perfezione con una colonna sonora varia e suggestiva – spaesante Ornella Vanoni che canta Rossetto e Cioccolato in una scena, altrimenti, tra le più drammatiche di tutto il film. Memorabili i dialoghi, che riescono a risultare credibili e pacati, anche quando volutamente “a effetto”. Il tutto ruota intorno a un superbo Toni Servillo, col suo volto impassibile e con la sua impeccabile recitazione di silenzi e sentimenti accennati.

 

Film
Le conseguenze dell'amore -Sorrentino

Le conseguenze dell'amore, Paolo Sorrentino, 2004

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