Dossier » E la legge li dichiarò morti

L'ordine dell'intelligenza e l'ordine del potere

Intervista a Giuliano Montaldo

by Stefania Cappellini


E la legge li dichiarò morti - L'ordine dell'intelligenza e l'ordine del potere - Intervista a Giuliano Montaldo Jura Gentium - Il film doveva intitolarsi Intolleranza. Un riferimento esplicito al tema dei migranti, dei loro diritti ma, più in generale, a chi lotta per i diritti, per il miglioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro. Un tema, insomma, di grandissima attualità…

Giuliano Montaldo - Si, il film doveva chiamarsi Intolerance pensando al grande maestro Griffith, ma soprattutto al clima che si era creato in quegli anni, dovuto fondamentalmente al fatto che nel mondo era accaduto una specie di 'delirio' per gli Stati Uniti d'America, cioè la Rivoluzione d'Ottobre. Quindi gli statunitensi vedevano il migrante come colui che, una volta intrapresa la via dell'oro, aveva poi difficoltà a sopravvivere. Formava quindi dei gruppi per conquistare migliori condizioni di salario, di vita, di orario di lavoro.

Gruppi che venivano considerati di ispirazione sovietica, di bolscevichi. E con questo criterio ci fu una lotta furibonda tra due ministri, Palmer e Post. Ministro del lavoro il primo, più tollerante nei confronti degli immigrati, e ministro della giustizia l'altro, un po' come ai giorni nostri. Sono i corsi e i ricorsi storici… Non si può dire che il ministro Post fosse amico dei lavoratori, ma era almeno vicino ai loro problemi. Anche perché l'America aveva bisogno di questa manodopera a basso prezzo, un po' come ne abbiamo bisogno noi oggi, e quindi guardava con maggiore tolleranza questo tipo di immigrazione. Naturalmente altri casi e altri processi c'erano già stati negli Stati Uniti d'America. Quello che avvenne intorno ai due italiani si svolge nel Massachussets, il più sofisticato, il più - diciamo così, forse impropriamente - borghese, il più granitico in quel momento degli stati americani. L'evento che caratterizza tutta la storia di Sacco e Vanzetti è veramente una 'prova provata' della cosiddetta caccia alle streghe. Le streghe erano tutti coloro che portavano avanti il bisogno di regolare il regime dei salari, degli orari, del lavoro in genere, il bisogno di ottenere diritti per i lavoratori.

Naturalmente i primi arrivati, come succede nel grande cocktail americano, sono gli irlandesi che si inseriscono, anche per il beneficio dell'omogeneità linguistica, all'interno di questa società. Loro per primi vedono gli italiani come coloro che possono spiazzarli nelle condizioni di lavoro. Proprio come accade oggi, con gli italiani ormai inseriti nel grande gota. Addirittura la V strada è la via italiana, dei grandi negozi, dei grandi italiani che diventano i La Guardia, i Giannini, fondatore della Banca d'America, e diventano anche gli Al Capone. Gli italiani, insomma, che si distinguono in varie maniere, rientreranno nel grande 'cocktail' americano. Oggi la stessa fatica è per i portoricani, per i messicani, che tentano di immigrare clandestinamente.

Ellis Island è l'isola dove si consumava il vero e proprio dramma dell'arrivo, e magari del respingimento immediato per un tracoma, o per un'altra malattia, o per una visita sbrigativa e forse addirittura sbagliata, sicuramente molto approssimativa. A Ellis Island, dalle finestre degli edifici dove erano reclusi molti emigranti, si vede la statua della libertà. L'impressione che ho havuto quando l'ho visitata è di una contraddizione violenta, pensando ad esempio a coloro che l'hanno vista e che sono stati subito dopo rispediti sulla via del ritorno. Erano momenti molto difficili.
Nella grettezza dell'idea del migrante, dell'emigrazione, il Po era per gli americani la linea di demarcazione tra le percentuali di possibilità numeriche di immigrati, cioè: quelli del nord, sopra il Po, potevano essere il 60%, sotto il Po il 40%.

Come il taglio dell'Africa, sono quelle cose fatte a tavolino e insensate. Tutto questo trovarono, arrivando in America, Sacco e Vanzetti, che si autodefinivano anarchici, definizione che non trova riscontro poi nel loro comportamento. Il loro comportamento era di grande fratellanza, amicizia, tolleranza con tutti coloro che avevano dei problemi. Il clima politico si surriscalda con la morte di Andrea Salsedo, un loro leader, che precipita - per modo di dire - dal quattordicesimo piano del comando di polizia a Park Road.

JG - Questo riferimento ha spinto molti a pensare anche al clima politico non solo degli Stati Uniti ma anche del nostro paese…

GM - Certo, in Italia c'è la storia di Pinelli, ma io il film l'avevo già girato, anche se è uscito poco dopo. Qualcuno mi ha accusato di aver inserito questa cosa artatamente. Non è vero, l'avevo già girato, era già in sceneggiatura ed evidentemente non mi aspettavo che accadesse l'evento di Pinelli. Naturalmente ho conosciuto la vedova Pinelli e i figli. E anche lui era uno di quegli anarchici che pensavano più al Vangelo, alla vita di Cristo, come Vanzetti. Che aveva una visione molto umana, del bene dell'uomo, del vivere con onestà. Lui addirittura aveva preferito fare il venditore ambulante di pesce, per non avere padrone; Sacco invece lavora in un calzaturificio.

Entrambi vengono proiettati all'interno di questo dibattito, in un momento di grandi tensioni, di grande movimento nell'ambiente operaio. In queste grandi tensioni c'è un certo Boda, un loro leader, anch'egli ricercato. Arriva allora un avvocato, anche lui anarchico, di nome Moore, che aveva già vinto una causa in California (uno Stato un po' più facile in quel momento) e che ritiene, sbagliando, di orientare il processo in chiave politica. Di mostrare quindi che si tratta di una manovra politica a cui era possibile trovare una soluzione. Questo è stato l'errore più clamoroso di Moore. Sacco se ne accorge, mentre Vanzetti è quasi felice di essere un martire politico. Questa è la grande differenza, che ho cercato di tratteggiare, tra i due personaggi.

JG - Perché è così importante, nel film, essersi mantenuti fedeli agli atti del processo?

GM - Abbiamo letto molto, ci siamo documentati insieme a Fabrizio Onofri che è stato con me per tutto questo periodo. Abbiamo poi preso un esemplare dei personaggi, dei testi a discarico e dei testi a carico, i più rappresentativi. Perché nel processo ci fu una vera e propria processione di persone inattendibili al primo sguardo. Però devo dire la verità: c'è un evento che mi ha sempre esaltato, lo dico con grande emozione, che avviene dopo l'uscita del film e l'attacco un po' becero di Russell, che aveva scritto un libro colpevolista. Scrisse sul Boston Globe, in modo un po' bizzarro, che non bisogna andare a vedere quel film perché era fatto da un italiano - e questo era indubitabile - e da un anarchico - cosa invece dubitabile -.
Gli studenti di giurisprudenza di Boston, in qualche modo intrigati da questa vicenda, hanno cominciato ad andare a vedersi gli atti del processo. E per sette anni, via via che si laureavano, si sono passati il testimone lasciando ad altri il compito di andare avanti nella ricerca. Sono arrivati fino a portare a Dukakis, allora governatore del Massachussets, la loro sentenza di futuri giuristi, avvocati e uomini di legge.

Hanno sostenuto che questi due italiani erano vittime di un errore giudiziario, che erano innocenti. Allora sono stato invitato dal governatore Michael S. Dukakis alla manifestazione della riabilitazione nel 1977. Devo dire che è stato un momento molto bello, molto importante nella mia vita di regista perché non immaginavo mai che potesse avvenire attraverso un film la cui sola qualità (io non ho mai più rivisto il film, non ho mai più rivisto un film che ho fatto…), mi pare, era quella dell'onestà intellettuale. Questo credo che mi venga riconosciuto, tanto che i due italiani sono stati riabilitati. È stato un giorno importante. Alla riabilitazione sono seguite delle manifestazioni nelle strade, delle rappresentazioni, con gli studenti e la gente che ballava. Bellissima, ricordo quella giornata con grande emozione.

JG - Torniamo al tema della pena di morte, che è centrale in tutta la "trilogia sul potere", ma che rispetto a Gott mit Uns - Dio con noi del '69, e Giordano Bruno del '73, passa con Sacco e Vanzetti in secondo piano, per lasciare spazio alla riflessione anche su altri temi. Cosa si può dire oggi sulla pena capitale? Cosa, più in generale, sul 'lavoro' degli apparati burocratici, militari, religiosi e sulla resistenza all'intolleranza e al pregiudizio?

GM - Accade una cosa bizzarra: quando in Italia ci fu il processo Priebke ci fu quasi un momento di tolleranza tra i giudicanti militari e i militari che avevano davanti. Contrariamente a quanto è accaduto in Italia, perché in Italia non è accaduto nulla, in Germania il film Gott Mit Uns è passato in Tv in prima serata. Perché si vuole ricordare come siamo ancora a quel punto. Siamo sempre a quel punto… Credo che l'intolleranza, fondamentalmente, sia sempre dietro la porta. Lo si può vedere quasi ogni giorno, purtroppo. È un male difficilmente estirpabile nell'animo di certe persone. La mia "insofferenza per l'intolleranza", come è stata definita, è vera ed è sempre stata una costante nei miei lavori, ancora ne Gli occhiali d'oro dell'87, ma già fin dal mio primo film, contestatissimo, Tiro al piccione del 1961.

Qui cercavo di capire come un ragazzo, nato e cresciuto in una società fascista, con una scuola fascista, col padre morto eroicamente - tutti muoiono eroicamente - in Africa, poteva solo scegliere quella strada. Non poteva far altro perché non aveva la possibilità di conoscere qualcosa di diverso. Soltanto attraverso un lungo calvario poteva capire che la democrazia era dall'altra parte. Ebbi anni di dolore nello scoprire che non ero stato compreso. Temevo di non essere stato capace di farmi capire. Adesso è diverso, e il film viene capito e diffuso molto nelle università e nelle scuole.

All'epoca ero io a non aver compreso che la destra e la sinistra avevano bisogno di essere nemiche, perché non dovevano avere dialogo. Io invece cercavo di dire: guardate che c'è un punto d'incontro. Il punto d'incontro è dire: ho sbagliato. Il punto d'incontro è sempre lì, credo. Ma trovare questo punto d'incontro è molto difficile quando nessuno dei due vuole incontrarsi. Io dopo quel film ebbi molta sofferenza professionale, ebbi la fortuna di avere vicino un regista, mio fraterno amico, Gillo Pontecorvo, che con Kapò e più tardi con La battaglia di Algeri cercava di raccontare anche lui la storia, da cui abbiamo ancora da imparare il concetto dei corsi e dei ricorsi.

La storia ci insegna che quello che è accaduto in Giordano Bruno accade oggi anche in altre religioni. Cioè che è pericoloso guardare in alto al di là dei dogmi, guardare il cielo, guardare il dialogo in alto quando gli altri vogliono che tu abbassi la testa e guardi a terra, il percorso che altri hanno tracciato, e tu non puoi uscire da quel percorso perché pretendono che tu cammini nel solco che altri hanno tracciato per te. Se tu vuoi conoscere cosa c'è fuori da questo percorso, magari la conoscenza, loro ti condannano e ti mettono al rogo. Questa è una storia dell'oggi, una storia di sempre. Io mi auguro, soprattutto per le giovani generazioni, che questo benedetto homo novus auspicato da tutti un giorno ci sia. Ma non verrà dalle leggi, verrà dalla cultura, dalla tolleranza, da noi e dalla nostra intelligenza.

JG - In Sacco e Vanzetti ci sono dei documentari dell'epoca in cui si vedono delle grandissime manifestazioni in sostegno degli accusati, che non riuscirono però a fermare la condanna. Un caso simile di palese ingiustizia potrebbe avvenire oggi in una democrazia avanzata, dove circolano le informazioni, dove la comunicazione è agevolata dai mass-media e il sapere è sempre più globale?

GM - Temo di si. Temo di si perché la forza delle macchine stritolanti del potere è terrificante. Prendiamo appunto il materiale di repertorio delle manifestazioni che ho inserito nel film. Ci sono tutte le città più importanti degli Stati Uniti, e non solo, anche di tanti altri paesi, compreso l'Etiopia che avremmo poi dovuto un giorno colonizzare. Salta agli occhi che manca l'Italia: nessuno manifestò in Italia perché nel 1924 e negli anni successivi siamo in pieno fascismo. C'è invece la Germania, perché Hitler non era ancora al potere. Ci sono manifestazioni in tutto il mondo ma là dove incomincia, appunto, quest'ordine terribile - non l'ordine dell'intelligenza, ma l'ordine della dittatura, del potere - queste manifestazioni non ci sono state. Gli italiani non sapevano che due loro concittadini emigranti, che avevano varcato l'Atlantico in cerca di fortuna, di pane e di lavoro, erano condannati ingiustamente alla sedia elettrica. Non c'è stata nessuna manifestazione ma c'è stato un colpevole silenzio.



 

Si ringrazia il Cineclub Arsenale e in particolare Daniela Meucci per l'aiuto nella realizzazione di questa intervista.