Dossier » E la legge li dichiarò mortiAnarchici, filosofi, disertori.La trilogia della resistenza di Giuliano Montaldoby Stefania CappelliniSacco e Vanzetti esce nel 1971. Presentato al Festival di Cannes, ottiene la Palma d’oro per uno dei due attori protagonisti, Riccardo Cucciolla, interprete di Nicola Sacco. Quel ruolo una decina di anni prima era stato impersonato da Gian Maria Volonté (il Vanzetti cinematografico) in una dramma teatrale di Mino Roli e Lorenzo Vincenzoni, che era circolato nelle sale e che Montaldo aveva visto per caso. Interessatosi alla vicenda, di cui fino a quel momento era quasi totalmente all’oscuro, Montaldo propone la realizzazione del lungometraggio al produttore Arrigo Colombo, che entusiasticamente lo appoggia.
Il film è la rilettura appassionata e insieme essenziale della vicenda processuale dei due italiani anarchici immigrati negli Stati Uniti e lì accusati e condannati alla pena capitale, per una rapina e due omicidi ai quali erano del tutto estranei. Cinquant’anni dopo il madornale errore sarà riconosciuto dalla giustizia americana e i due definitivamente riabilitati. Tutto incentrato sugli atti del dibattimento, ai quali si attiene abbastanza fedelmente sebbene operando una sintesi necessaria, il film non eccede mai nel mettere in luce la drammaticità dei fatti raccontati. Tuttavia si tratta di un film che propone una lettura schierata e di parte, orientata a una visione precisa rispetto ad alcuni dei grandi temi che ne costituiscono l’ossatura. Bastano infatti le due sequenze iniziali per mettere in luce il clima teso da cui la vicenda ebbe inizio: la dura repressione dell’attività politica e sindacale e l’atteggiamento xenofobo e razzista del ministro Palmer nei confronti degli immigrati. È così che la scena del corpo di Andrea Salsedo che cade dal quattordicesimo piano del commissariato di polizia, nei tre momenti in cui viene inserita, diventa un tragico presagio di impotenza, poi avveratosi. E non è un caso che tale episodio compaia a conclusione della prima sequenza, in bianco e nero, offerto come dato oggettivo e imprescindibile mentre successivamente viene generato da un flashback focalizzato sui protagonisti quando, messi alle strette da un interrogatorio che non offre loro possibilità di difesa, i due temono perché consci della violenza di cui lo Stato si servì in quell’occasione per raggiungere i propri scopi. Ma se Sacco e Vanzetti è un film contro ogni forma d’intolleranza, contro la repressione e la pena di morte, ancora di più lo si può comprendere e apprezzare se inserito all’interno della cosiddetta “trilogia sul potere”, formata anche da Gott mit Uns – Dio con noi del 1969 e Giordano Bruno del 1973. Il primo, ambientato negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale e ispirato a una storia realmente accaduta in Olanda nel maggio del ‘45, racconta la storia di due disertori tedeschi finiti per fame e per necessità a chiedere aiuto alle truppe canadesi. Scoperta la loro presenza da un reparto tedesco prigioniero degli alleati, i due vengono presi in consegna dai connazionali, giudicati sommariamente e puniti con la morte come disertori, a guerra ormai finita. Giordano Bruno, invece, è la storia degli ultimi otto anni di vita del frate domenicano e filosofo accusato di eresia e arso vivo a Roma nell’anno giubilare 1600. L’analogia tra le diverse storie che compongono la trilogia è evidente, fino a sovrapporsi nella struttura che conduce a una conclusione uguale per tutti. Ma in questa ottica, Sacco e Vanzetti costituisce il passo meno avanzato verso il rifiuto della pena capitale. I protagonisti sono qui innocenti e si cerca di far leva non tanto (o non soltanto) sull’inaccettabilità della morte di Stato in quanto tale. Si perde cioè il confine tra la critica della legge in sé e quella verso l’ingiustizia dell’accusa nei confronti di persone estranee ai reati di cui sono accusate. In Gott mit Uns e in Giordano Bruno è innegabile, invece, che i protagonisti siano colpevoli, almeno secondo la legge vigente in quei periodi e in quei contesti, di diserzione e di eresia: è così che la posizione dell’autore dalla loro parte è genuinamente quella di chi non accetta la violenza legalizzata degli apparati, quello militare come quello ecclesiastico. Proprio per questo, però, Sacco e Vanzetti lascia spazio anche ad altri temi e assume un valore particolare anche e soprattutto se inserito all’interno del variegato corpus di opere del regista. Montaldo, infatti, inizia a collaborare alla direzione di film con Carlo Lizzani, Elio Petri e in particolare Gillo Pontecorvo. Ma la sua opera prima, Tiro al piccione del 1961, attira le proteste di una buona parte della critica del tempo. Tratto dal romanzo omonimo di Giose Rimanelli, narra la storia di un giovane che si arruola nell’esercito della Repubblica di Salò e che a sue spese patisce le conseguenze di questa scelta sbagliata. Chiara nella forma e negli intenti, quest’opera prima porta il regista, oltre a collaborare con Pontecorvo ne La battaglia di Algeri (1966), a cimentarsi in argomenti disparati con incursioni, con buoni risultati, persino nel genere gangsteristico. Dopo la trilogia Montaldo si dedica di nuovo a temi più impegnati e spesso alla trasposizione sullo schermo di opere letterarie, come L’agnese va a morire (1976) tratto da Renata Viganò, Gli occhiali d’oro (1987) da Giorgio Bassani e Tempo di uccidere (1989) dal romanzo di Ennio Flaiano. In tre diverse opere, quindi, si torna a scavare nel periodo della seconda guerra mondiale in Italia, cercando di sviscerare la vicenda da molteplici punti di vista, quelli di tre differenti attori sociali che hanno preso parte nel conflitto: un repubblichino, una brigata partigiana e gli ebrei italiani all’indomani della promulgazione delle leggi razziali. Rifacendosi, in questi tre casi, a romanzi scritti nel primo dopoguerra. Quindi, non a torto, il principio ispiratore dell’opera complessiva di Montaldo è stato definito «insofferenza per l’intolleranza». E di questa urgenza di denuncia Sacco e Vanzetti è sicuramente il film che ha in sé la maggiore forza. Bisogna notare ancora che tutto il materiale proposto è filtrato dalle udienze: l’umanità dei due uomini, assurti loro malgrado al ruolo di simboli, viene fuori soltanto dalle deposizioni, e da qualche breve ma intenso scambio con i parenti. Così Vanzetti è forte fino alla fine ma anche fiducioso nella propria salvezza, mentre Sacco è rassegnato e chiuso nel proprio dolore. Ma il suo discorso, quando finalmente gli viene data l’occasione di parlare in aula, sarà uno dei momenti più convincenti del film. E la sequela di testimoni a carico della difesa che si avvicendano durante il dibattimento, per la loro poca conoscenza della lingua inglese e per la loro povertà offrono il destro al procuratore Katzmann (immigrato dalla Germania) per un’arringa razzista che sulla metà del film colloca la svolta, quando ormai niente viene più nascosto e sul piatto sono messe le ragioni vere di quell’accusa e la necessità di ottenere una condanna esemplare. Sacco e Vanzetti sono colpevoli perché sono italiani, anarchici, disertori. Inutile, quindi, sarà cambiare difensore, ricorrere in appello, rendere pubblica la vicenda e mobilitare migliaia di persone in tutto il mondo, fuorché in Italia, dove Mussolini era già al potere e impensabile diventa qualsiasi libertà di scendere in piazza in favore dei due innocenti. Un tentativo fu fatto solo in extremis, da parte del dittatore, per chiedere la grazia al Governatore del Massachussets Fuller. La sequenza di montaggio costituita dagli inserti documentari della manifestazioni è suggestiva non solo per l’efficacia e la forza di quelle immagini; e neppure soltanto per il significato aggiunto dalla voce della Baez co-autrice insieme a Morricone della ballata che fa da musica over. Ma quelle immagini sono di una grande attualità e fanno sembrare la vicenda dei due anarchici più vicina di quanto non sia. Montaldo si serve di tutti i mezzi a disposizione per cercare di convincere dell’innocenza dei due accusati: per esempio con un procedimento a tratti ingenuo per il quale le soggettive delle deposizioni dei testimoni sono caratterizzate in maniera diversa a seconda che siano a carico dell’accusa o della difesa. I testimoni chiave che accusano i due traggono origine da flashback confusi e fuori fuoco, Non così per chi depone a favore degli imputati. E le ricostruzioni dei loro alibi sono addirittura affidati a delle oggettive, per rendere la verità secondo procedimenti comuni della grammatica filmica. La vicenda personale e intima degli imputati viene totalmente messa da parte, tranne quando Sacco viene ricoverato. Inoltre nel film manca una scansione temporale per cui si capisca in primo luogo che il verdetto, pronunciato nel 1921, non riuscì ad essere ribaltato ma anzi condizionò da subito l’esito della storia. Non viene poi evidenziato abbastanza che prima dell’esecuzione Sacco e Vanzetti sopportarono sette anni di carcere, un tempo lunghissimo, quasi una tortura, soprattutto perché questo lasso di tempo non servì in alcun modo a dare ai due una speranza di salvezza. Forse lo sguardo dell’autore, commosso ma non patetico su questa triste storia avrebbe potuto indagare maggiormente il dramma umano dei due, loro malgrado emarginati. Il film si chiude circolarmente così come si è aperto, con una sequenza in bianco e nero. Sacco scrive una lettera al figlio e sembra che la sua passione politica ed etica non siano mai state così forti come nel momento di andarsene. Vanzetti invece, sempre pronto a parlare e a difendersi, di fronte al pubblico pronto a vederlo morire si limita a un «Viva l’anarchia!», frase censurata per molti anni nelle pellicole circolanti in Italia. Questo procedimento – il bianco e nero come punteggiatura che apre e chiude il film – sembra quasi la dichiarazione dei limiti dell’oggettività. Come a dire che così è iniziata e così è finita, mentre tra questi due punti l’autore si riserva l’intervento manipolatore sul racconto. Il pregio più grande del film è la forza inalterata che mantiene nonostante il passare degli anni per il carattere universale e simbolico della vicenda. Tutto può essere riassunto dalle parole del generale canadese Snow che in Gott Mit Uns, di fronte al capitano Miller impietosito dalla fine che stanno per fare i due disertori, dice: «Se ho capito bene quei due ti fanno pena, è comprensibile. Ma quello che noi rappresentiamo, alla divisa, non ci pensi? […] Tutti d’accordo in teoria: la democrazia, la libertà, l’uguaglianza, i diritti, la tolleranza. Ma il problema è diverso. Tu dove credi che si nasconda il vero nemico per noi? Nel contagio dell’indisciplina, figliolo, che genera l’odio per la divisa, l’odio per tutte le divise. È necessario stroncarlo subito, questo germe pericoloso, non dimenticarlo».
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