Dossier » Il sangue delle mille colline

Mai più... fino alla prossima volta

Incubi di un genocidio di fine millennio

by Filippo Del Lucchese

Cominciano a essere davvero in molti. Moltissimi, anzi, i documentari dedicati al genocidio rwandese del ‘94. Del XX secolo, proprio quello in cui siamo cresciuti tutti noi… questo sembrano suggerire i volti che scorrono davanti alle telecamere. Lo suggeriscono sottovoce allo spettatore occidentale, distratto o frastornato dalla gran massa di informazioni, di immagini, di notizie, di spazzatura mediatico-politica.


Il sangue delle mille colline - Mai più... fino alla prossima volta - Incubi di un genocidio di fine millennio

Ci sono film ora più timidi e che quasi esitano ad affrontare direttamente questo inferno, ora più aggressivi e con un forte taglio interpretativo. Ma in ogni caso è l’esperienza (mai abbastanza) dolorosa di ognuno di quegli spettatori a esser messa in causa. È come se il concetto di banalità del male, da quando è stato forgiato meno di mezzo secolo fa, non avesse mai smesso di parlare direttamente a ognuno di noi. Non la sua versione neutralizzante, che ne fa un colpo di spugna – l’ultimo e fra i più autorevoli – della differenza fra uomo e uomo, fra vittime e carnefici, fra sommersi e salvati, sotto l’unica coltre del ‘male radicale’. Un male necessariamente incolore, inodore, insapore¼ Questo è solo chiacchericcio filosofico, il peggiore e più odioso. La banalità del male puntava il dito a un’altra ineludibile ‘proprietà’ che lo sterminio pianificato degli ebrei aveva inaugurato: la sua perenne presenza, la sua eterna attualità. Oltre i confini nazionali, oltre il colore della pelle, oltre la solidarietà di classe o le divisioni e le gerarchie internazionali del lavoro. È di questo che ci parla nuovamente – eternamente appunto – il genocidio di quasi un milione di persone nel Rwanda di fine millennio. Anche a noi, ai nostri amici, ai nostri politici, quelli che abbiamo votato e di cui ci ‘fidiamo’, che non sono intervenuti per fermare quel massacro. O peggio che hanno coscientemente evitato di farlo, per interessi politici forti¼ meno forti¼ perfino banali. Su questa traccia si muovono due documentari, Shake Hands with the Devil: The Journey of Roméo Dallaire di Peter Raymont e Rwanda: Tuez les tous di Raphaël Glucksmann, Pierre Mezerette e David Hazan. Nel primo si racconta la vicenda del generale Roméo Dallaire, al comando delle truppe Onu di stanza nel paese durante i fatti. Dallaire tentò di tutto per convincere i propri referenti politici al Palazzo di vetro che i segnali, i sintomi di ciò che sarebbe successo erano tutti presenti e ben visibili, per chi voleva vederli, già molti mesi prima di quel sanguinoso aprile. Il punto di vista assunto da Raymont solleva importanti questioni, non solo di ricostruzione storica, ma anche teorico-politiche. Cos’è un genocidio? Quand’è che ha inizio? Quando giungono a maturazione i semi dell’odio e della violenza? Qual è il periodo di incubazione di questo ‘virus’ che, come ricordava Camus, può attendere per secoli nascosto nelle cantine o nelle soffitte, ma che prima o poi torna per ricordare agli uomini l’orrore di questo mondo? Dopo il ritiro Dallaire è caduto in una grave depressione e solo dopo un decennio è riuscito a pubblicare un libro sulla vicenda (Shake Hands with the Devil : The Failure of Humanity in Rwanda, Carroll & Graf, 2004) e a intraprendere un viaggio a ritroso nei luoghi del genocidio. Accompagnato dalla moglie e dalla troupe per le riprese, Dallaire incontra le persone di allora, ripercorre insieme a loro i ricordi, in un difficile lavoro sulla memoria e sulla responsabilità: come essere sicuri, alla luce di quello che è avvenuto, che si era davvero fatto tutto il possibile? Che ogni tentativo era stato messo in atto per scongiurare il genocidio? E qui la vicenda personale si sposta per un attimo in secondo piano. Dallaire è visibilmente provato e ancora emotivamente devastato da quell’esperienza. Non abbastanza, tuttavia, da non avere una grande lucidità nella ricostruzione dei fatti e nel chiamare per nome i responsabili, sia locali, sia soprattutto occidentali. La ragione per cui gli Stati Uniti e quindi l’Onu non vollero intervenire è nota. Almeno la più evidente: l’esperienza dei marines persi a Mogadiscio. I cadaveri ‘sacri’ di cittadini americani mostrati nudi, profanati e trascinati per le strade: un tragico boccone da ingoiare per l’opinione pubblica americana e per la credibilità della classe dirigente politica e militare. I tempi delle migliaia di bare dall’Iraq erano ancora lontani e rischiare altri morti americani era impensabile. L’Occidente non aveva certo messo da parte i pruriti interventisti, come dimostrerà di li a poco la ex-Jugoslavia, ma di fermare il massacro rwandese neanche a parlarne. Tuttavia ci fu, secondo Dallaire, un possibile punto di svolta. Anche la riflessione teorica si fa per un attimo da parte e l’ex-generale intende andare fino in fondo: tutto questo poteva essere evitato? Il punto di svolta, per Dallaire, fu l’evacuazione dei civili stranieri. Anche l’Italia inviò le sue truppe. Le immagini scorrono impietose sullo schermo: perfino i cagnolini dei civili occidentali trovano posto sugli aerei militari pronti per l’evacuazione. Sono forse le immagini più dure e inaccettabili: perfino i cani vengono salvati, mentre uomini, donne e bambini piangono e implorano, certi della imminente morte. «Sono là, li sentiamo, appena ve ne andate ci fanno a pezzi, non potete lasciarci qui». Poi un buco temporale di poche ore e quando la telecamera si riaccende, quegli uomini, donne e bambini giacciono li, a pezzi, straziati da ‘armi di distruzione di massa’: machete di importazione cinese, acquistati per pochi centesimi cadauno. I cagnolini invece scodinzolano, insieme ai propri padroncini bianchi, in volo per Parigi, Bruxelles, Roma. Cosa è successo, in quelle ore, secondo Dallaire? Il contingente Onu è composto di pochi uomini. Alcuni, che coraggiosamente e contro gli ordini di New York proveranno a opporre una minima resistenza, saranno trucidati. Gli altri, indignati dell’indifferenza occidentale, stracceranno i gradi e i baschi azzurri. Ma al momento dell’evacuazione, sostiene Dallaire, la macchina organizzativa della morte non gira ancora a pieno ritmo. Un numero significativo di militari occidentali è sul territorio, per coprire l’evacuazione dei civili. Forze non coordinate, con ordini precisi di non intervenire. Questo il punto di svolta. Se invece di ignorarsi e ignorare tutto, pensando solo a imbarcare civili e cagnolini e tornarsene alla svelta a casa quei militari fossero intervenuti… Sarebbe bastato poco. Molto poco per il generale Dallaire, troppo poco per noi che seguiamo le immagini sullo schermo. Quanto ci vuole per uccidere un uomo col machete? Quanti colpi? Quante volte urlerà prima di stramazzare, ormai fatto a pezzi? Quanti uomini ci sarebbero voluti per arrestare i responsabili della strage? Domande simili emergono dalla lucida denuncia di Glucksmann, Mezerette e Hazan. Il film è una ricostruzione precisa e puntuale dei fatti, con un unico scopo: inchiodare la classe politica francese alle sue responsabilità dirette nel genocidio. I registi appartengono a una generazione per cui la parola ‘genocidio’ veniva associata a un secco ‘mai più’. Il genocidio e lo sterminio sono quelli degli ebrei, dei libri di storia e non certo del nostro presente. «Quando la parola cominciò a essere impiegata in televisione all’epoca dei fatti, spiegano i tre cineasti, eravamo ragazzi e qualche anno dopo abbiamo cominciato a porci delle domande, volevamo capire il cosa, il come e soprattutto il perché». Perché era nuovamente possibile impiegare quella parola in quel contesto e in che modo il loro paese, la Francia, patria dei diritti umani, sembrava coinvolta in quei fatti. Non a caso Rwanda: Tuez les tous è stato accusato da molti politici francesi di essere terribilmente antifrancese e filoamericano. La ricostruzione mira a evidenziare, passo dopo passo, le motivazioni che indussero il gabinetto Mitterand a non intervenire e le coperture politiche e militari del prima, durante e dopo i fatti. Lo sguardo di Glucksmann, Mezerette e Hazan è con ogni probabilità filoamericano e in qualche modo anche antifrancese. Ma ciò che conta è che la ricostruzione appare estremamente convincente. Se poi mette in crisi il senso dello Stato e la sicurezza, la considerazione, l’autostima che la Francia e molti francesi hanno della loro politica, della loro cultura politica innanzitutto, questo può solo essere salutare. Di quale Stato e di quale cultura politica stiamo parlando? Quale cultura politica può coprire e perfino avallare un genocidio di quelle dimensioni in nome della Realpolitik tanto cara, fra gli altri, all’ultimo presidente socialista? Tanto ci sono apparse inutili e perfino indegne le scuse del presidente Clinton, tanto ci sembra grave la loro completa assenza da parte della classe politica francese, di allora come di ora. Il problema, naturalmente, non sono le scuse, che servono a ben poco alle vittime e ai superstiti rwandesi. Il problema è la coscienza e il dibattito che circola nella società francese e, di conseguenza, l’immagine di sé che questa società costruisce. Siamo davvero sicuri, suggeriscono forse indirettamente i filoamericani Glucksmann, Mezerette e Hazan, che quell’immagine sia tanto più ingenua e semplicistica di quella della società americana? L’ingenuità o la falsa innocenza del popolo americano, di fronte a cui i convinti sostenitori dell’‘eccezione’ culturale francese si stracciano le vesti, è davvero così terribile in confronto all’autoassoluzione consolatoria della politica dell’‘esagono’? La risposta che offre questo bel documentario sembra lasciare pochi margini di dubbio.