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Genocidio allo zafferano.

La Endlösung nel subcontinente indiano.

by Filippo Del Lucchese


Genocidio allo zafferano - Genocidio allo zafferano. - La Endlösung nel subcontinente indiano. Endlösung. È con un misto di curiosità, di condivisione ma anche di scetticismo che gli spettatori hanno reagito a questo titolo nelle proiezioni tedesche del film. A Berlino per la LIV Berlinale, dove il film ha ricevuto due premi, il Wolfgang Staudte e il Premio Speciale della Giuria – Netpac, ma anche al Dokfest di Monaco o a Torino. Endlösung o Final solution: non può che far suonare il più acuto di tutti i campanelli di allarme per il pubblico, tedesco e non solo. Ma Rakesh Sharma, al suo secondo documentario, rivendica implicitamente nel film ed esplicitamente nelle discussioni in sala e con la critica (cfr. l’intervista in questo dossier) la scelta di un titolo così forte. In un paese dove i contrasti fra modernità ipertecnologia e povertà arcaica (e cronica) sono fra i più acuti, è il titolo più forte, giocato fra le ambiguità, le ambivalenze e i paradossi di un vero e proprio genocidio postmoderno. Sfortunatamente non unico e non eccezionale. Banalità del male…
In principio è un treno. Il Sabarmati Express su cui trovano una morte orrenda fra le fiamme circa 60 hindu, a Ghodra nel Gujarat. È il 27 febbraio del 2002 e nei giorni che seguono si assiste a un vero e proprio genocidio che provoca la morte di circa 2500 musulmani, la violenza e lo stupro di migliaia di donne musulmane e la fuga di circa 200000 famiglie musulmane dalla regione.
Il film cerca di ricostruire i postumi di questa esplosione di violenza, nelle parole di vittime e carnefici, di uomini, donne e bambini. Fuori da ogni retorica e con gelida intelligenza Sharma percorre in lungo e in largo la regione raccogliendo testimonianze, ascoltando la gente, cercando di mettere in evidenza l’impossibile coerenza e l’assurdo senso di una retorica dell’odio che, maturata nel tempo, offre oggi il più maturo dei suoi frutti avvelenati: il genocidio e lo sterminio. Endlösung, appunto. «Ho visto cos’hanno fatto gli hindu – dice un dolcissimo bambino, con cui Sharma è riuscito a entrare in sintonia, in una delle scene finali del film – e da grande voglio fare il soldato, per ucciderli tutti». «Ma anch’io sono hindu, vuoi uccidere anche me»? Chiede il regista. Lo stupore e lo sconcerto di questo bambino suggeriscono quando universale sia l’esperienza dell’odio e quanto ingenui e impreparati siano gli esseri umani (non c’è Occidente né Oriente in questo. Non c’è infanzia né maturità) a sfuggire alla logica dell’amico/nemico, a sfuggire all’oppressione (carnefici? vittime?) che si disloca lungo le linee del colore, della ‘razza’, del genere. Sharma è ‘buono’ e quindi non può essere hindu…
Particolarmente violente sono le parole di alcune donne, che con pacata determinazione prununciano le loro parole di odio e la loro voglia di vendetta e distruzione del ‘nemico’ – anzi, delle nemiche – musulmane.
Ma il film di Sharma non è solo un’indagine sulla banalità del male e sui tortuosi percorsi del processo di civilizzazione. È anche una sobria ma fermissima denuncia dei limiti della democrazia, dell’uso politico della religione e dell’odio etnico e confessionale. La pellicola segue il Gaurav Yatra, il viaggio dell’orgoglio hindu, del primo ministro del Gujarat Narendra Modi. Bandiere, striscioni e abiti color zafferano – il colore del Bjp, il partito nazionalista indiano, al potere fino alle ultime elezioni – invadono gli oltre 2000 villaggi attraversati in questo viaggio. Le piazze si riempiono dell’orgoglio indiano e delle parole di odio verso il nemico musulmano. «L’india è violentata ogni giorno – tuonano i dirigenti politici e religiosi del Bjp – e noi siamo accusati di aver violentato e ucciso le donne musulmane». Il rogo di Godhra diviene così l’argomento principale di questa campagna elettorale. Di fronte all’unico conforto dei parenti delle vittime, quello di aver ricevuto ai funerali la visita di amici cristiani e musulmani, hindu e khoja, tuona nei comizi la retorica della soluzione finale. Quella, cioè, della negazione del genocidio. Sono tutte esagerazioni e non c’è nessuna prova, affermano candidamente i dirigenti del Bjp e ripetono fedelmente i semplici cittadini.
Ma Sharma è un hindu e vuol capire e far capire. Il suo lavoro è stato appropriatamente glossato con le parole di G. Santayana, per cui chi non può ricordare il passato è costretto a riviverlo. E sembra un monito per la cultura e i democratici indiani, come dimostra la vicenda della diffusione di questo e altri film in India. La pellicola, insieme a molte altre politicamente e culturalmente impegnate, è stata infatti estromessa, nel febbraio 2004, dal Mumbai International Film Festival, sponsorizzato dal governo indiano. I documentaristi ‘esclusi’ non si sono però fatti scoraggiare e con un ristrettissimo budget hanno organizzato un controfestival, il Vikalp, che significa ‘alternativa’ e che ha raccolto le pellicole impegnate sul tema della violenza politica e religiosa ma anche della sessualità e delle questioni più discusse nella complessa società indiana.
Questo film è un lavoro sulla memoria. Un lavoro di politica e di filosofia, di etnologia e di semplice testimonianza. Un lavoro, in ogni caso, teso a dimostrare che solo la misurata ma inesorabile resistenza di uomini e donne, indipendentemente dalla religione o dal colore della pelle, può impedire a ogni ‘soluzione’ di essere ‘finale’. Ma è una missione ben lungi dall’essere conclusa e non solo nell’India di inizio millennio…

Filippo Del Lucchese