Dossier » Blade Runner: Tempo, diritto, differenzaGli immigrati: replicanti o cittadini?by María José García SalgadoAppena due anni fa veniva pubblicato, nel paragrafo Kinemathek del Rechtschistorisches Journal, un breve articolo di Dieter Simon - una recensione quadrupla - intitolato Autor gesucht (Autore cercasi), che terminava con queste parole: "la tematica 'Diritto e Cinema' ha sperimentato un'enorme e meritata spinta, anche se comunque continua ad attendere un autore".
Il libro di Javier de Lucas, con Blade Runner come pretesto per parlare del diritto, lascia pensare che questo autore sia comparso. Non solo perché Javier de Lucas è il direttore e promotore della riuscitissima collezione Cine y Derecho, che nel 2003 la casa editrice Tirant lo Blanch ha fatto uscire sul mercato. Ma anche e soprattutto perché Blade Runner. El Derecho, guardián de la diferencia coniuga con maestria il discorso giuridico e quello cinematografico ed è un libro esaustivo, completo, in cui il film è analizzato in profondità ma che, al tempo stesso, non esaurisce la materia, se non nell'essere uno strumento ben utilizzato per parlare, evocando volti e scenari, di questioni come l'immigrazione, i diritti umani o la discriminazione, che occupano - e preoccupano - da diversi anni l'autore. È inoltre un libro sincero e compromettente, che non si arresta alla superficie dei problemi e che non risparmia al lettore lo sforzo di sottoporre a un nuovo esame, da un'altra prospettiva, l'insieme dei luoghi comuni e dei cliché che abbondano in questa materia. Tutto ciò cosparso di riferimenti continui, non solo a Blade Runner, ma anche a un buon numero di film e opere di fantascienza, ulteriore incentivo per gli affezionati del genere. E senza cadere nella tentazione, perché non è un libro di cinema, ma di Cinema e Diritto, di dilettarsi sui vari interrogativi che hanno intrigato da sempre le migliaia e migliaia di fans di Blade Runner, come sapere se Deckard è un replicante "i cui sogni sono trasparenti per Gaff" o cosa significa, nelle distinte versioni, l'unicorno. Javier de Lucas si serve del film di Ridley Scott per discutere la sopravvivenza e l'utilità futura di un Diritto che si concepisce come monopolio degli umani, come custode del tempo e della differenza, in un mondo in cui l'umano non deriva necessariamente dal naturale né dal biologico, in cui il tempo ha vinto la corsa e le cuciture del rozzo abito razzista ed escludente della differenza sono ogni volta più difficili da dissimulare. L'argomento di Blade Runner è molto conosciuto, ma anche se così non fosse, la sinossi del film, con cui si apre il libro, traccia con efficaci pennellate i momenti imprescindibili della storia. Una storia che mette a confronto un umano, il Blade Runner, con un gruppo di macchine intelligenti - replicanti Nexus-6 -, che abbandonano le colonie dove sono manodopera schiavizzata e si infiltrano illegalmente sulla Terra, in cerca di risposte sul tempo che rimane loro, dal momento che hanno un programma di scadenza di quattro anni. Il film è fondamentalmente un invito a riflettere intorno alla "indifferenziazione tra umano e replicante", riflessione che Javier Lucas estende a scenari del nostro mondo attuale, riempito di differenziazioni indifendibili che servono per giustificare discriminazioni aberranti, dal momento che al differente non necessariamente corrisponde la stessa considerazione tributata all'io. L'autore si chiede dunque che cosa conferisce agli esseri umani l'enorme privilegio di essere gli unici titolari della dignità, della condizione umana, che cos'è ciò che ci rende umani e ci concede così, apparentemente, la titolarità del Diritto, dei diritti. Afferma così che la questione "contiene un'inevitabile trascendenza sulla nostra comprensione del Diritto, della Politica, della Morale" (p. 31), come si vede lungo tutto il corso del libro e, soprattutto, nel paragrafo riferito all'immigrazione. Per de Lucas, in Blade Runner la cosa fondamentale sarà "capire il processo attraverso il quale si produce la reciproca approssimazione, con cui il replicante si forma come umano e l'umano avverte la sua parentela con il replicante. Comprendere questo processo è capire come si forma l'umano. Questa è la questione" (p. 33). Ciò che il film lascia intendere, inoltre, è che propria degli esseri umani non è l'intelligenza - che può essere artificiale - né la memoria - che può essere impiantata - ma i sentimenti, quell'empatia che il test Voigh-Kampf può percepire e che permette di identificare chi non la possiede come replicante. "Quello che differenzia l'umano dalla macchina che riflette, secondo Blade Runner […] è un tipo di sentimento innato, più che l'esperienza dei sentimenti come tale: l'amore e la pietà, ma non la mera compassione per gli altri". E precisamente, continua de Lucas, "nel film succede che che questa differenza non esiste tra l'umano e la sua replica; e questa è la proposta di Roy: diventare umano è un compito, non un'eredità, e la pietà e l'amore si possono acquisire in questo processo di apprendistato che è l'umanizzazione" (p. 35). Il tempo vissuto, la memoria, i ricordi come garanzia dell'identità, l'ignorare la nostra stessa data di scadenza, il desiderio di più tempo, comune nell'umano e nel replicante. Il tempo è protagonista del film ed è una presenza costante e centrale nell'interpretazione che l'autore del libro fa di quello, dedicandogli un intero paragrafo - Il Diritto, custode del tempo - e un buon numero di riferimenti lungo l'opera, non solo - o non tanto - al tempo, ma piuttosto al tempo e al Diritto e alla sua tesa e paradossale relazione. In questo fittizio e caotico scenario dell'anno 2019, Javier de Lucas ci mostra il sonoro e inevitabile fallimento del Diritto nella sua corsa contro il tempo: Roy può vivere solo quattro anni e l'incaricato di preservare quella situazione, quell'ordine che impone una differente misura del tempo a umani e replicanti è il Blade Runner che, come mette in evidenza de Lucas, rappresenta insieme alla polizia l'unico agente di Diritto visibile nel film. E questo Diritto fallisce nella relazione con il replicante perché "non esiste il tempo monolitico, unico, ma tutta una gamma di tempi" e, nella scala dell'uomo, quello che conta è la percezione del "tempo vissuto". Roy ha conquistato la via al Diritto perché "l'intensità di cui ha goduto nella sua brevissima vita […] fa sì che il suo tempo sia più di quello degli umani" (p. 24) e ha vinto, compiendo il cerchio della morte, la corsa col tempo, perché quando è giunto - si è deciso - il suo "tempo di morire" era più umano del Blade Runner - Diritto -, che gli negava questa condizione. Ma per di più, nel nostro moderno 'mondo imbizzarrito' (Giddens), al Diritto risulta molto difficoltoso sopravvivere dismettendo la sua funzione basilare di dispensare sicurezza e durevolezza, di "fabbricare", come diceva Nietzsche, "una memoria a cui promette", sospendendo l'oblio, imponendo che "continui a desiderare ciò che desiderò una volta", perché come segnala de Lucas, "l'antico desiderio da abbattere (il cambiamento, l'incertezza che il cambiamento produce) è ora la parola d'ordine del mondo, la sua ragione d'essere" (p. 27). La funzione del Diritto, prosegue l'autore, è quindi quella di "preservare questo sacrario della vera identità […], farsi forte di quest'identità, in un mondo in cui l'identità già non è, non permane" (p. 28), convertendosi in questo modo in custode della differenza, stigmatizzando ciò che è altro da noi e definendo ciò che definisce noi come tali (p. 29), erigendosi, in definitiva, come scudo protettore di un modello normativo di umano, costruito, "a sua immagine e somiglianza", per coloro che si servono di questo Diritto, per giustificare l'esclusione e il rifiuto di tutti quelli il cui volto non s'incastra in questa maschera. Uno dei risultati migliori del libro di Javier de Lucas è il parallelismo, che si scopre veritiero, tra i replicanti e i cittadini subordinati, ciò in cui abbiamo convertito gli immigrati servendoci di questo modello fornito e gelosamente conservato dal Diritto: "Roy, Zhora, Leon, Pris sono illegali, senza documenti. Sono lavoratori che sono partiti dal loro spazio, che sono venuti qui e sono tra noi senza aver espletato alcuna formalità […]. E precisamente per questo non sono riconosciuti come immigrati legali. Hanno attraversato le frontiere per lavorare là dove noi non vogliamo (possono essere solamente riconosciuti come lavoratori nel mondo esterno e possono vivere solamente quattro anni), non accettano di rimanere nel loro luogo di lavoro e solamente per il tempo che è loro assegnato. Per questo non li riconosciamo neanche come immigrati" (p. 55). Neanche la supposta universalità delle prime Dichiarazioni dei diritti servì a garantire a tutti gli esseri umani la titolarità e il godimento degli stessi, dal momento che si negò la condizione di essere umano a chi non rispondeva all'immagine dell'essere umano propria di ogni momento storico, e questa immagine ha sempre posseduto un determinato genere, una determinata età, un'unica religione, una classe sociale, etc. (p. 38). Nel film si vede chiaramente come funzionano - e, eventualmente, quanto poco giustificati possano essere - i modelli di esclusione e differenziazione normativa interessatamente imposti: ciò che rende gli umani differenti dai replicanti è la loro capacità di sentire l'empatia, ma l'empatia è un concetto normativo, disegnato a somiglianza degli umani che deve proteggere. Non è una qualche empatia, ma quella che il test identifica come tale, quella che il creatore del test seleziona, determina e impone. Che cosa sarebbe successo se si fosse sottoposto Roy al test Voigh-Kampf dopo che questi aveva salvato la vita a Deckard? Avrebbe allora superato il test di empatia? Probabilmente no. E tuttavia, il suo ultimo gesto di pietà e rispetto lo rendono, in quel momento, più umano dello stesso Deckard. Nel racconto di Philip K. Dick, che serve da base alla sceneggiatura del film, si apprezza anche di più la naturalezza normativamente selettiva del test: "se includeressimo gli androidi tra gli oggetti d'identificazione empatica, come facciamo con gli animali… non potremmo difenderci". La frase è di Resch, un Blade Runner del romanzo particolarmente insensibile verso i replicanti - in definitiva, verso la sofferenza dell'altro - che, nonostante questo, supera il test Voigh-Kampf e rimane, pertanto, confermato come umano. Ciò che Blade Runner mostra, dice Lucas, è che "dobbiamo guardare più in là dell'attuale frontiera dell'umano […], dobbiamo essere disposti a fare vari passi in avanti nell'estensione del riconoscimento giuridico proprio dell'umano" (p. 36), dobbiamo vincere "la paura della diversità, dell'incertezza che provoca la differenza" (p. 33) e riconoscere a chi è diverso - perché tutti lo siamo - l'uguaglianza dei diritti "a partire dalla sua diversità" e non limitarci a offrirgli, casualmente, tolleranza (p. 42). Costruiamo l'altro a partire dai pregiudizi, dai sospetti ereditati e autoalimentati e fabbrichiamo così un modello che ci permette di escluderli dai nostri territori, dai nostri beni, dai nostri diritti, e che ci fornisce, inoltre, la falsa illusione di credere che tali esclusioni si giustificano in quella costruita alterità, in quella costruita differenza. Su tutto ciò insiste Javier de Lucas, in modo critico e contundente, negli ultimi due paragrafi del libro, che sono eccellenti. Costruiamo le categorie che stigmatizzano, che discriminano, che classificano gli immigrati in buoni e cattivi, veri e falsi, a seconda che servano o meno ai nostri interessi economici, alle nostre necessità di mercato, a seconda che siano o meno docili e culturalmente assimilabili (p. 57). Come abbiamo visto in Blade Runner, è necessario oltrepassare i limiti che ci convertono in privilegiati, è necessaria una nuova prospettiva, dal momento che "l'umano, il proprio degli individui, dei popoli, non è la memoria del tempo, ma […] quello che il tempo permette di costruire, attraverso l'esperienza vissuta, le emozioni, i sentimenti, e concretamente tra quelli la compassione verso gli altri, quelli che non sono come lui, le altre specie […]" (p. 23). Siamo disposti ad accettarlo? Ci prepariamo a ciò? Si chiede Javier de Lucas. La sua risposta è negativa, in quanto continuiamo a pensare che l'immigrazione sia "una questione di manodopera e ordine pubblico" (p. 55). È necessario, prosegue l'autore, che lo Stato si impegni e non deleghi l'esercizio della solidarietà agli impagabili volontari sociali, che non possono, tuttavia, supplirvi, senza che serva da scusa al fatto innegabile che il problema dell'esclusione supera di molto la capacità e la competenza degli Stati nazionali: "Mentre giunge l'ora dell'istituzione dell'ordine globale che possa regolare i mercati internazionali per garantire i diritti umani di tutti gli esseri umani, nella lotta contro l'esclusione, nel lavoro di fronte a questa negazione elementare dei diritti umani, lo Stato e il Diritto hanno ancora molto da dire" (p. 63). Si tratta, in definitiva, di impedire allo Stato di essere, in nostro nome e per il nostro bene, custode della differenza. Perciò è fondamentale smascherare il discorso razzista ed escludente presentato come qualcosa di ovvio, oggettivo e fondato. Alla fine e all'inizio, anche Deckard finisce per domandarsi dov'è la differenza che gli hanno incaricato di sorvegliare e che converte in pensioni le sue esecuzioni di replicanti.
Recensione pubblicata in Anuario de Filosofía de Derecho, XX, 2003, pp. 336-339. Traduzione dal castigliano di Simona Frasciello |
DossierBlade Runner: Tempo, diritto, differenza
[it] Gli immigrati: replicanti o cittadini? [es] Los inmigrantes: replicantes o ciudadanos? [es] El Derecho, guardían del tiempo [it] Il diritto, guardiano del tempo Film
Blade Runner, Ridley Scott, 1982 Related articles
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