Dossier » Sul lungosenna, dal Maghreb al MachrekLa voce dei fantasmi. Algérie mes fantômes di Jean-Pierre lledoby Filippo Del LuccheseSit tibi terra levis, sia leggera la terra in cui riposi. Forse per questo – riprendendo l’epigrafe sepolcrale cara fra gli altri al poeta Marziale – come segno concreto dell’augurio di un riposo eterno, in molte culture c’era e c’è ancora l’usanza di deporre una pietra sulla tomba. Ma un’interpretazione positivista ne faceva risalire l’origine alla paura che in altre epoche i vivi avevano dei morti, del loro ritorno, della loro presenza. Perché i morti non riposano in pace? E perché i vivi non sanno o non possono ‘far pace’ coi loro fantasmi?
Jean-Pierre Lledo è un regista e un intellettuale. Uno di quegli intellettuali che nel 1993 ha dovuto abbandonare il proprio paese, l’Algeria, in seguito alla crescita virulenta del terrorismo fondamentalista. Come molti suoi amici è colleghi è stato minacciato e condannato a morte. A differenza di molti amici e colleghi può ancora raccontare la storia sua e del suo paese. E ha scelto di farlo nel modo forse più violento, forse l’unico possibile per uscire da uno spirito di polemica e di rancore e comprendere infine se stesso e la sua generazione. Ha scelto di farlo affrontando i suoi fantasmi, da solo, armato di una macchina da presa.In giro per la Francia durante un intero anno, presentando i suoi film precedenti sull’Algeria – in particolare il bellissimo Un rêve algerien, in cui racconta il ritorno sull’‘altra sponda’ di Henri Alleg, mitico direttore di Alger républicain, militante comunista e autore di La question, racconto agghiacciante dell’arresto e della tortura subita nel 1957 – Lledo incontra moltissime persone. Pieds noir, i francesi d’Algeria che hanno dovuto lasciare il paese dopo l’indipendenza nel 1962, parenti di harkis, gli algerini che collaboravano con le autorità francesi, facendo il lavoro più sporco come gli interrogatori e le torture, giornalisti e intellettuali colpiti dal terrorismo fondamentalista alla fine degli anni ’80 e all’inizio dei ’90, ex-paracadutisti, le forze speciali del generale Massu che vinsero sanguinosamente la battaglia di Algeri, ma persero la guerra e l’onore che ancora credevano e credono di avere. Superstiti, fantasmi, ombre di se stessi. Lledo è un medium. I suoi film evocano questi fantasmi, che immediatamente si manifestano non solo come i suoi, ma anche come quelli di due nazioni, di un’intera storia, forse gli stessi fantasmi che stringono, in un solo abbraccio, l’Occidente colonialista e il nazionalismo arabo e poi l’estremismo islamista. In Algérie mes fantômes Jean-Pierre Lledo evoca queste ombre, parla con la gente, cercando un dialogo interrotto molti anni fa e forse mai veramente avviato, eppure ancora così necessario. Questi fantasmi non spaventano, ma costringono a riflettere, costringono ad ascoltare storie che loro stessi non hanno saputo o voluto raccontare fino a oggi. ‘Era un harki, d’accordo, non è stato un patriota. Ma tutti lo sono stati’? ‘Era un pied noir, l’Algeria è la sua terra, proprio come la mia. Siamo entrambi in esilio’?. L’intento di Lledo non è quello di trovare una giustificazione né di spiegare la storia separando i buoni dai cattivi, come su due sponde di uno stesso mare. Al contrario è quello di provare a tessere i fili di una memoria smarrita. Una memoria perduta perché negata. Storia-tabù su una sponda e storia-muta sull’altra. È possibile parlare a freddo del piombo che penetra il tuo corpo, solo perché sei un giornalista? È possibile parlare a freddo della tortura che hai inflitto, solo perché non volevi abbandonare dei privilegi, un’idea ‘grande’ e coloniale della Francia, perché l’onta ricevuta nella giungla di Dien Bien Phu sia finalmente lavata nella Casbah di Algeri? È possibile sognare un’Algeria diversa e che sia di tutti, comunisti e nazionalisti, musulmani, cristiani ed ebrei, come l’Fln aveva promesso e poi non ha mantenuto? È difficile non provare tristezza, man mano che Lledo percorre le strade di questa Francia, in cerca di quell’Algeria, man mano che i fantasmi chiedono di riposare in pace. Lledo li evoca, ma non sa e forse non può consegnarli alla storia, perché le ferite sono sempre aperte. Nel fiume della città che ha inventato i diritti umani, la violenza fascista di Monsieur Papon annega gli algerini. Nelle città e nei villaggi dei dannati della terra il fascismo fondamentalista sgozza bambini senza pietà, e in nome di Dio en plus. I compagni e i maestri di vita di Lledo sono di un’altra generazione, si ricordano di un’altra Algeria e di un’altra epoca, in cui si poteva ancora lottare per la libertà. I suoi figli sono di una nuova generazione, che dovrà ancora lottare per riavere la propria Algeria. La stessa generazione che ama l’algerino Zidane e che festeggia il Mondiale sventolando entrambe le bandiere, la mezzaluna e il tricolore. Un’immagine che può solo andar di traverso ai fondamentalisti, dice Lledo: e che si strozzino! ‘Di che generazione sono io – è la domanda che il regista si pone – forse di una di passaggio’. Una generazione che chiede e vuole affrontare quei fantasmi, che non ne ha paura. Forse proprio perché l’esilio è l’anticamera della morte, come dice tristemente Lledo, la sua preziosa e commovente opera riesce a metterci così bene in comunicazione con quei fantasmi, con la nostra storia, con il nostro futuro. Quello di tutti, vivi e morti. Più e meglio di un volume di storia, Lledo rende spessore vitale e consistenza umana alle vittime di questa storia, nella coscienza che – con le parole di Walter Benjamin – neanche i morti sono al sicuro finché il nemico vince.
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[it] La voce dei fantasmi. Algérie mes fantômes di Jean-Pierre lledo [it] La memoria oltre i silenzi. I palestinesi di Israele nell’Enquête personnelle di Ula Tabari [fr] Histoire muette et mémoire nécessaire [it] La storia muta e la memoria necessaria [fr] Identité, Nation, Résistence. [it] Identità, nazione, resistenza [it] VII Biennale del cinema arabo di Parigi Film
Algérie mes fantômes, Jean-Pierre Lledo, 2004 Related articles
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