Reviews » War of the WorldsBiologia e informatica al crocevia del digitaleVirus e alieni nelle guerre dei mondiby Paolo MaroccoL’attacco alieno nell’ultimo film di Spielberg avviene contemporaneamente dal cielo e dalla terra, dalla nostra Terra, e il legame tra gli spazi profondi e gli altrettanto sconosciuti abissi terrestri è affidato a cambiamenti d’umore della natura, che appiccano fulmini e squarciano l’asfalto come terremoti.
È presente tutta una dimensione mitico-cosmogonica che affonda nelle paure dell’uomo secondo un programma pre-scientifico: l’apparato fanta-scientifico può assumere così una figura metaforica più spettacolare che necessaria, sorta di conseguenza catastrofista (i fulmini e i temporali non sono naturali ma artificiali) di un’altra legge che si perde nel mitico passato antropologico dell’uomo, e di tutte le creature che l’hanno preceduto: il conflitto per il dominio.Spielberg fa un ottimo action-movie fanta-bellico, dove l’azione è continua e non ci sono digressioni verso altri spunti narrativi, ma tutto viene condensato in inseguimenti e fughe, in predatori e prede. La fantascienza spielberghiana non ha un carattere di proiezione socio-politica dell’uomo nella società futura, come le pietre miliari della fantascienza cinematografica degli ultimi decenni, da 2001 a Matrix, nei quali i conflitti con gli altri esseri, artificiali o meno, richiamano un apparato critico da cui emergono domande di carattere etico e divino. Qui, invece, ci troviamo nella piena dimensione acritica e infantile della nascita ufficiale del genere cinematografico negli anni cinquanta, dove il mostro alieno riproduce gli incubi collettivi americani dell’inizio della guerra fredda in maniera diretta e ottusa, del tipo: è alieno, cattivo e comunista, e possiede armi atomiche spaventose. Non ci sono possibilità di mediazione, né di scoperta di nuovi caratteri socio-tecnologici, ci si batte e basta. L'identità spielberghiana con il B-movie 50 è però abbastanza complessa. Spielberg rilegge la guerra fredda nell'attuale epoca del terrore-terroristico e lo fa riproducendo tutte le banalità dell'originale film degli anni ‘50 di Byron Haskin dal titolo omonimo (1953), compresi i virus e i batteri che sterminavano gli alieni come gli agenti patogeni dell'influenza sterminavano gli aborigeni (una notizia che in quel periodo appariva nei media). Il film di Haskin, grazie anche a un budget superiore alla media poverissima della fantascienza del tempo, si poteva permettere alcune originalità. Una di queste era la rappresentazione di un attacco di massa. Di solito i film sugli alieni degli anni cinquanta mostravano sempre la sparuta astronave da due lire mandata in missione perlustrativa sulla Terra. Nessun attacco frontale, nessuna guerra, semmai avamposti oppure attacchi alla mente. La minaccia filmica negli anni ‘50 era affidata al contagio mimetico del comunismo e alle metamorfosi atomiche, e non alla guerra aperta. Un’altra trovata del film di Haskin, che oggi non ha più alcun effetto, è la messa in scena della telecamera: top tecnologico del tempo (per fare un esempio: non esisteva nemmeno il termine nella nostra lingua, e il doppiaggio dell’epoca la definiva “macchina per la televisione”), e che gli alieni adottano con agio e scioltezza, come un serpentone snodato dal quale è impossibile sfuggire. La telecamera aliena viene riproposta da Spielberg, in un condimento opportuno di sfx digitali, ma essenzialmente nella stessa veste del film originale, quando ormai non incuriosisce più nessuno. Nel film probabilmente aiuta a sdrammatizzare la tensione, altrimenti alle stelle con tutto il sangue spruzzato che sta operando una metamorfosi del paesaggio, mentre Tim Robbins, con lo sguardo allucinato, propone un’utopica rivolta con i pochi superstiti nelle cantine. Prologo, epilogo e trovate sono le stesse di cinquant’anni fa, e oggi assumono un effetto anacronistico o irritante, a seconda dei casi. Ma a Spielberg non interessa tanto una fedeltà verso l’autenticità - l’originale autentico è una sciocchezza sul sacro e la superiorità dell’umano che fa un po’ ridere - quanto il tentativo di riprodurre una lettura manieristica (nel soggetto e nel testo), rievocando gli stessi effetti in un nuovo “periodo di guerra”. Lettura che comunque si candida a un confronto con le minacce e la cultura di allora. Nel mondo di Spielberg i piccoli esseri primordiali che per primi hanno abitato il pianeta, e che hanno “capito” come uccidere gli alieni, al di là di ogni verosimiglianza sulle difese immunitarie, sui concetti di malattia e di epidemia, sfuggono al carattere bio-politico foucaultiano dell’ospedale e del controllo, e sfuggono anche al concetto di arma batteriologica, come strumento all’interno di un’organizzazione bellica. Nel film, il microrganismo vince perché è qualcosa di non organizzato nonché di casuale, e soprattutto è lontano dalla dimensione tecnologica, appannaggio della cultura aliena. Nel mondo semplice e ingenuo di Spielberg il biologico è ancora l’ultima fiducia contro la minaccia tecnologica, a servizio di una cultura completamente anacronistica, nella quale qualcuno può ancora concedere una chance al microrganismo infettivo. In La Guerra dei Mondi di Haskin, virus e batteri erano l’ultimo avamposto terrestre contro l’attacco tecnologico alieno, ultimi rappresentanti di un ordine creativo che pretendeva il nostro pianeta essere al centro dell’universo. L’ultima falange di una chimica vitale che metteva a morte il nemico. Ma di lì a breve, l’onda lunga degli incubi di Hiroshima, o meglio la sua concettualizzazione in chiave di radiazioni mortali permanenti nel tempo, scopriva nella mutazione infetta del sangue il carattere dell’epidemia e del contagio. Il biologico veniva ridotto allo stato atomico pre-vitale, e lo stato atomico diventava dominio di una tecnologia pericolosa che sfuggiva al controllo e alla comprensione umana. Purtroppo la visione attuale è figlia del dopo-bomba, con l’aggiunta della bio-ingegneria. Il virus, sia quello biologico che quello informatico, si riproduce attivando un meccanismo che regola la duplicazione di un codice, genetico in un caso, algoritmico nell’altro. In entrambi i casi questo codice è digitale. I geni sono digitali perché costituiti dal Dna; il software dei computer, o dei cellulari di terza generazione, è digitale perché costituito da sequenze di un numero limitato di simboli. E il digitale è ovunque, è la linfa del quotidiano di ognuno di noi. E il geo-naturale spielberghiano è solo l’isola che non c’è.
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War of the Worlds, Steven Spielberg, 2005 Related articles
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