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La moltitudine alle porte

George Romero alla conquista di New York

by Valerio Martone

Il ‘padre’ degli zombie cinematografici torna sul set. I caratteri critici e politici del canovaccio sono accentuati. Romero risveglia le sue creature, più aggressive e terrificanti che mai. Terrificanti perché il loro assedio alla città dei ‘giusti’, cioè dei ricchi, è cieco e furioso. Con loro non si tratta, non si discute, non si argomenta. Gli si spara alla testa, proprio come ai sospetti terroristi...


Land of the Dead - La moltitudine alle porte - George Romero alla conquista di New York Al di là della tragedia fin troppo reale dell’11 settembre, New York è sempre stata uno dei luoghi preferiti dai registi cinematografici per ambientare qualsiasi tipo di disastro e distruzione. Il simpatico scimmione di King Kong si arrampicava infatti sull’Empire State Building (e in autunno dovrebbe uscire il remake ipercostoso firmato da Peter Jackson in cui, secondo certa critica repubblicana, King Kong rappresenterebbe una sorta di versione irsuta e pelosa del super-cattivo Saddam Hussein), mentre Charlton Heston, proprio trovando in fondo a una spiaggia i resti della statua della libertà, riconosceva finalmente nella terra il misterioso pianeta dominato dalle scimmie.

In tempi più recenti, poi, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta: John Carpenter, alla metà degli anni ’80, ha trasformato la grande mela in un gigantesco lager da cui il mitico Jena Plisskin doveva cercare di far fuggire il presidente degli Stati Uniti per scongiurare una guerra nucleare, mentre nei recentissimi Waterworld, Independence Day e The day after tomorrow, Manhattan è finita rispettivamente ricoperta dalle acque, disintegrata dagli alieni e congelata in una catastrofe globale di cui erano colpevoli in primis proprio gli Stati Uniti, inquinatori impenitenti e refrattari alla firma sugli accordi di Kyoto.

Tuttavia, nonostante l’enorme varietà di disastri che il cinema ha ambientato a New York, almeno fino al film di Romero l’invasione di zombi era un’eventualità che non si era ancora presentata. Ma in che modo i morti viventi sono sbarcati a Manhattan? Il mondo prossimo venturo immaginato da Romero per Land of the Living Dead (La terra dei morti viventi), corrisponde perfettamente ai classici mondi fantascientifici (e fantapolitici) dei film di argomento postnucleare (come la trilogia di Mad Max), anche se il riferimento più immediato sembra essere, oltre alla produzione precedente dello stesso Romero, proprio Escape from New York (Fuga da New York) di John Carpenter del 1997. Tra i due film vi è però un’importante variazione sul tema; se infatti nel film di Carpenter, in un clima maccartista di esasperata intolleranza, l’intera isola di Manhattan era trasformata in un gigantesco carcere a cielo aperto in cui venivano rinchiusi tutti gli indesiderabili degli Stati Uniti d’America, per quanto riguarda invece La terra dei morti viventi, di fatto, avviene il contrario. Romero, avendo gioco facile nell’esasperare la sindrome da accerchiamento che domina oggi gli Stati Uniti (e rispolverando uno dei topoi narrativi più diffusi nei b-movie fantapolitici degli anni ’60 e ’70), si diverte a pensare New York come una sorta di gabbia dorata in cui pochi privilegiati vivono nel lusso più sfrenato, circondati da servi e manovalanza armata che hanno come unico compito quello di recuperare oggetti di consumo, garantendo così con il loro lavoro, esattamente come afferma oggi il presidente G. W. Bush, il mantenimento dello stile di vita americano.

Il problema grosso è però che, al di là della barricata in cui vivono bene i signori e decisamente peggio i loro sottoposti, tutto il mondo è dominato da morti viventi, frutto di una non ben precisata malattia che, diffondendosi a macchia d’olio in tutto il pianeta, ha costretto i pochi uomini rimasti a rifugiarsi in enclave superprotette, esattamente come quella di New York. In questo contesto decisamente distopico il film di Romero racconta la storia di alcuni uomini che, proprio per procurare ai pochi privilegiati della grande mela quei beni necessari a condurre una vita ancora lussuosa, sono costretti a frequenti scorrerie nelle zone in cui si sono stabiliti i morti viventi. Proprio durante una di queste incursioni una parte di questi uomini (altri sono invece guidati dal “buono” del film, che ragiona quasi in termini di ‘diritti’ degli zombi) si rende protagonista di una strage indiscriminata di morti viventi, suscitando le ire di un ex benzinaio di colore, ora zombi che, quale novello Zapata, comincia ad acquisire coscienza e guida i suoi simili alla conquista della grande mela. Alla fine del film New York verrà totalmente invasa dai morti viventi, mentre il protagonista “buono”, trovandosi di fronte a una collega che vorrebbe massacrare qualche altro zombi, la blocca affermando che anche i morti viventi “stanno cercando un posto per loro, esattamente come noi”.

Quello de La terra dei morti viventi, per Romero, è un vero e proprio ritorno sul luogo del delitto. Si tratta infatti della quarta incursione del regista di Pittsburg nel mondo degli zombi, e ognuna di esse, come ammette lo stesso regista, ha una ben precisa valenza politica, essendo pensata come un vero e proprio specchio deformato della situazione contingente che gli Stati Uniti – e di conseguenza il mondo – stanno vivendo al momento dell’uscita del film. Se infatti nel primo lungometraggio della tetralogia, The night of the living dead (La notte dei morti viventi), Romero aveva di fronte a sé il Vietnam, il ’68 e la rivoluzione culturale della new left negli Stati Uniti, Dawn of the living dead (Zombi), il secondo della serie, di undici anni posteriore (1979), prendeva di mira senza mezzi termini il fenomeno del consumismo, facendo dei morti viventi che vagavano alla cieca in un supermercato una palese metafora del cittadino medio massificato delle democrazie occidentali. Il terzo film della serie, Day of the dead (Il giorno degli zombie) del 1985, descriveva invece in modo decisamente critico le follie del reaganismo, mentre l’attuale La terra dei morti viventi, come afferma lo stesso Romero, prova a “parlare del tragico cambiamento di mentalità che c’è stato nel paese dopo le Torri Gemelle”.

Colpisce a questo proposito un altro passaggio della stessa intervista, in cui rispondendo alla domanda su che cosa rappresentino per lui gli zombi, Romero risponde che sono “una forza esterna, personaggi passivi della storia di cui nessuno si occupa finché non è troppo tardi”. Ovvero, come precisa il regista, sono un po’ come gli afgani e gli iracheni, persone che si ritrovano tra capo e collo un bombardamento o una strage perpetrata dagli aerei americani o, nel caso del film, dai servi di quei pochi umani privilegiati il cui capo/dittatore, il bravissimo Dennis Hopper, si dichiara neorepubblicano, misericordioso e, a un certo punto, si lascia persino andare a una bushiana affermazione del tipo: “Io non tratto con i terroristi”. Di fronte ad avvenimenti come questi non c’è da stupirsi, conclude Romero, del fatto che gli afgani, gli iracheni e persino gli zombi ce l’abbiano un po’ con noi, anche se, trattandosi pur sempre di un film dell’orrore, nel caso degli zombi la vicenda finisce in truculente e scarsamente politically correct abboffate di carne umana (ma non erano i comunisti a mangiare i bambini?).

Nonostante La terra dei morti viventi sia il primo film di Romero a essere prodotto da una major, non sembra affatto che la dipendenza da una grande casa cinematografica abbia diluito l’humour nero e la critica corrosiva che hanno sempre caratterizzato la produzione del regista dei morti viventi. Anche con questo suo ultimo lavoro infatti, Romero ha realizzato un film che, con la sua miscela di elementi horror, fantascientifici, fantapolitici e – perché no – western, riesce a tenere incollato alla sedia lo spettatore e, cosa che non guasta, perfino a far uscire qualche lacrimuccia al fan più incallito dei b-movie di qualche decennio fa che, come sappiamo, spesso corrispondevano al motto “pochi soldi e tante idee”. Ne La terra dei morti viventi il regista utilizza infatti al minimo i grandiosi effetti speciali digitali a cui ci hanno abituato film come il recentissimo The war of the worlds (La guerra dei mondi) e soprattutto, proprio come in quei film a basso budget di cui lo stesso Romero è stato uno dei più importanti realizzatori, riesce, tra un banchetto di carne umana e l’altro, a far pensare lo spettatore. Nella fattispecie: quale pensiero dominava la mia mente di spettatore all’uscita dal cinema? Presto detto: “Se fossimo noi i morti viventi, non sarebbe il caso di svegliarci”?

 

Film
Land of the Dead -Romero

Land of the Dead, George A. Romero, 2005

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